Tipo segnalazione: News dai social

Sono una psicologa e la mia vita è costellata di racconti. Ogni storia è sacra, porta con sé un bagaglio di dolore meritevole di essere ascoltato e contenuto. Ma ci sono storie che ti entrano nel cuore, lasciandoti dentro un segno indelebile che vorresti non aver mai voluto ascoltare. Per una questione di privacy, occulterò i nomi dei miei personaggi.

Una mia carissima amica avvocato, alcuni mesi fa mi ha raccontato di Aziza. Ci sono persone che esercitano un mestiere, e altre che lo incarnano. Ecco, Maria, nome di fantasia, fa parte di quest’ultima categoria di persone, quelle che creano opportunità, cambiamento. Conoscerla mi ha fatto capire, quanto sia importante il valore della Giustizia, quella che non si ferma fra le aule dei tribunali, ma che si corica e si alza con te. L’ho conosciuta grazie ad un caso che lei mi ha aiutato a risolvere spendendosi senza riserve.


La bellezza risiede nell’umanità: ma quando lei mi ha parlato di Aziza ho pensato in quel momento, in quegli istanti, quanto fosse difficile trovarla negli uomini. Vi racconto la storia di Aziza, una donna che rappresenta la voce di tante altre che hanno trovato la forza di dire no alla violenza e ai soprusi fisici imposti da pratiche culturali che ledono profondamente i diritti umani.

“Molte persone non sanno quanto sia difficile lasciare il proprio paese. Non sanno cosa significa essere ricattati, diventare prigionieri della propria stessa gente che si vende ai mercenari, per sopravvivere. Per loro non sei più un fratello, ma solo merce di scambio”. Aveva solo cinque anni quando i suoi genitori decisero che avrebbe subito l’infibulazione. Un rituale, una festa. La madre le aveva promesso una bambola se fosse stata buona. E lei fu buona. Rimase ferma. Un colpo di rasoio e in un istante aveva perso parti di sé, gettate via come scarti, come oggetti inutili. Sanguinò per giorni, forse per mesi. Il sangue le scendeva lungo le gambe e le ricordava ciò che non avrebbe mai potuto essere: una donna sessualmente intera. 


La parola intera prese a tormentarla. La incatenava a un’esistenza ereditata da generazioni di donne mutilate, deprivate dall’esplorare e conoscere il proprio corpo. Era ancora bambina quando sposò quell’uomo, aveva tredici anni. I suoi genitali, sepolti nella terra, erano stati sacrificati alla verginità, o forse alla paura. Il dolore risaliva dal corpo alla mente, la inchiodava a quel letto dove il piacere era solo del marito. Si sentiva come la bambola che le aveva regalato sua madre: un oggetto muto, inanimato. Gli occhi della madre, quel giorno, le lanciarono una sentenza silenziosa: sarai per sempre come questa bambola. Adesso le sue ferite erano anche della figlia, le aveva trasmesso il dolore, come scelta, come virtù. Un patto. Un patto che non avrebbe mai suggellato con sua figlia, nata quando aveva solo quattordici anni. Alla sua bambina aveva giurato che non avrebbe mai subito la stessa sorte delle donne della sua famiglia. La presenza di AniKa era la prova tangibile di ciò che non voleva diventasse: una cicatrice. Fu in quel momento che riversò in quell’esserino tutta la libertà che lei stessa non aveva mai osato sperare. Aveva giurato, su quel giaciglio dove aveva partorito, guardando i suoi occhi neri, che un giorno sarebbe andata incontro all’arcobaleno. Viveva in una baracca senza acqua né elettricità e lavorava tutto il giorno. Lasciava la bambina sola, con la speranza di ritrovarla la sera. 


Non voleva che crescesse tra cumuli di rifiuti e discariche: voleva salvarla. Ma per farlo, doveva fuggire, attraversare il deserto. E lo aveva fatto, con la sua piccola Anika in braccio, mentre il sole di giorno bruciava forte e piegava il suo corpo. Camminava come un animale che segue il gregge, stanco piano, in fila, come se la fretta avesse ceduto il passo alla volontà. Nessuno conosceva la direzione offuscata dalla polvere, che entrava nella gola, nel respiro, negli occhi. Aziza pensava di dover usare la propria intelligenza, la propria mente, per andare avanti. Fino a quel momento non ne aveva mai avuto bisogno: per essere un oggetto non serve pensare. Così si era sempre sentita, inanimata. Camminò per giorni, forse settimane. La sera, gli uomini accendevano il fuoco. Le fiamme ardevano, come il suo animo, in un crescendo di rabbia, dolore e vergogna. Emozioni mai provate le incendiavano il volto, restituendole una forza nuova. Gli uomini bevevano, ridevano forte, diventavano aggressivi fra di loro. Lei chiudeva gli occhi, teneva Anika stretta, come per farla sparire dentro di sé. E pensava: “Dio mio, perché ci lasci qui? Quando arrivò davanti al mare, si fermò. Era immenso, grande quanto il cielo: un mare che non aveva mai visto. Pochi passi la separavano dal traguardo, da quella barca, ma le pesavano come pietre. Ognuno portava il peso della scelta che l’aveva condotta fin lì. Non sentiva più le gambe; il cuore le martellava nel petto, come un tamburo. 


Aveva paura, una paura profonda. Le sembrava che il mare volesse inghiottirla. Inciampò e cadde, e in quell’istante capì che, se non avesse affidato Anika a qualcuno, sarebbe affondata insieme a lei in quel blu, tanto, tanto buio. La gente la spingeva, urlava, correva. Tutti volevano salire, tutti gridavano. Lei invece, era ferma. Guardava la barca. e guardava la sua bambina che stava in braccio a un’altra donna. Lei la cullava, cercando di calmarla. Mentre Aziza non si muoveva. Era diventata una pietra. Come quel giorno, sul suo letto, quando tutto dentro di lei diventava altro da sé: infibulazione. Quando riaprì gli occhi vide la barca allontanarsi, portando con sé la sua piccola bimba. Camminava sulla battigia, avanti e indietro, mentre la barca si allontanava sempre di più da lei. Invocava Dio con tutta la sua disperazione. 


Avrebbe voluto gridare, squarciare il cielo per accorciare la distanza che la separava da sua figlia, ma aveva imparato a sopportare il silenzio che sua madre le aveva imposto, cucendoglielo addosso insieme alla carne. Aveva aspettato settimane in quella battigia in attesa di prendere un altro aliscafo, incurante del freddo e della fame. Sette giorni di navigazione tra la vita e la morte, in un peschereccio distrutto, circondata da uomini siriani, egiziani, volti senza nome. Sette giorni passati a stringere una piccola foto tra le mani, quella di sua figlia, come unico ponte verso un domani incerto. Beveva solo quattro gocce d’acqua al giorno, miste a benzina, una miscela pensata per spegnere la sete e la speranza. Immergevano le mani sporche di vomito in una ciotola di riso cotto nell’acqua salata del mare. Un solo pasto al giorno. Un pugno di riso, se era fortunata. Per sette giorni visse nella stiva della barca, insieme ad altri bambini, con i piedi immersi nell’acqua e nel gasolio. Lottava contro quel mare al quale non voleva concedersi. 


Gli mostrava la sua forza, contenuta in quella foto che teneva stretta fra le mani, dove Anika sorrideva felice, ignara di ciò che noi adulti avremmo potuto infliggergli, una condanna. Finalmente era arrivata in Italia. Cosa sarebbe accaduto da questo momento in poi? Chi si sarebbe preso cura di lei? Chi avrebbe mai ascoltato la sua storia? Qui, in un paese dove tutto le era estraneo. Era partita pensando che non sarebbe mai più stata uno scarto da gettare via, ma ancora una volta si ritrovava a fare i conti con chi le negava la parola, il diritto di protestare. Il suo nome era stato sostituito da un numero da portare sul petto, un segno distintivo che tracciava un confine netto: lei nera, gli altri bianchi. Il colore parlava prima ancora che potesse esprimersi. Ma se la vita le aveva tolto tanto, le aveva anche insegnato che, in ogni storia, accanto ai cattivi esistono i buoni. E fu così che comprese, che gli esseri umani non sono tutti uguali, capaci si, di opprimere ma anche di salvare.


A questo punto della storia, abbiamo una madre e una figlia disperse.

Aziza in quel deserto aveva acquisito una forza nuova che la spingeva ad agire oltre ogni possibile immaginazione. Camminava con la foto di sua figlia in mano, pensando che prima o poi qualcuno l’ascoltasse. Grazie all’aiuto di varie organizzazioni, Aziza riesce a rintracciare la sua bambina. Il ricongiungimento sembrerebbe a questo punto scontato. Finalmente! E invece, no. Siamo ancora davanti a quel mare buio che cerca ancora una volta di inghiottirla, di affogarla. La famiglia affidataria alla quale la piccola è stata collocata non vuol saperne di restituirla. E allora, si mettono in campo tutte le risorse che abbiamo, si compra tutto, si può comprare anche un amore non nostro, che non ci appartiene. La legge è chiara: la bambina non era adottabile. Lo sarebbe stata qualora non fosse stata ritrovata la mamma. Ma la madre ce l’abbiamo. Ed è una madre che ha attraversato il deserto, la fame, la sete, la violenza, pur di salvare la figlia. Tutti osannano Aziza, ma nessuno pensa alla mamma affidataria che per tre anni si è presa cura della bambina. Ci pensa la piccola Anika a sottolineare, durante i colloqui con la psicologa che la sua mamma affidataria piange, e a trovare le differenze tra una madre ingioiellata ricca, che le regala bambola eleganti, e una madre povera con il braccialetto di filo colorato dai mille colori dell’arcobaleno che le regala la sua bambola di pezza, quella che le ricorda la sua infanzia. La sua mamma affidataria piange, mentre lei Aziza sorride, ingoiando i rifiuti della bambina, trattenendo le lacrime che ormai non riescono più a scendere: a ventidue anni ha vissuto troppe vite in una sola.


Dimentichiamo che i bambini crescono e un giorno ci chiederanno conto dei nostri fallimenti. Sono una psicologa e non posso sottovalutare gli aspetti devastanti della manipolazione nei primi anni di vita. Anika non è in grado di trovare una spiegazione che le permetta di elaborare ciò che sta vivendo. Molte volte sono le stesse persone che consideriamo affettivamente stabili ad essere pericolose con i loro atteggiamenti manipolatori. Screditare la madre perché è povera, non è certo un metodo educativo. Avere delle aspettative che soddisfino i bisogni degli adulti è dannoso. È come se spettasse ad Anika prendersi cura di questi genitori affidatari: la madre piange, ci devo pensare io? Se vado via, cosa può succederle. Manca la rassicurazione, il contenimento emotivo che può agevolare Anika nelle sue scelte. Questa situazione crea profondo disagio e tensione nella bambina che dovrà mettere da parte i suoi bisogni pur di non scontentare tutti. Lei vive una costante forma di resilienza distruttiva che può avere un’influenza negativa nella costruzione del sé. Non riesce a riconoscere la manipolazione, ma la interiorizza attraverso il senso di colpa o la vergogna che si radicano in lei prima ancora di essere nominati come tali. I traumi così impostanti lasciano delle tracce silenti che potrebbero manifestarsi attraverso una sintomatologia ansiogena, ossessiva e dissociativa. Insomma, non voglio fare un trattato, ma voglio semplicemente dire che tutto ciò che ci accade da piccoli, rappresenta la nostra carta d’identità futura.


Una madre può rinunciare alla figlia pur di vederla felice, ma non può smettere di amarla incondizionatamente.

Io ho tre figli e mamma di una ragazzina affidataria. In questi quattro anni da quando è entrata a casa nostra, l’ho amata ma con la consapevolezza delle sue origini. Non ho mai pensato di cancellare la sua storia, ma semmai di custodirla e rispettarla. Ho sempre saputo sin da quel primo istante quando si è presentata a noi con uno zainetto in mano che il mio ruolo era quello di esserci per offrirle un’opportunità solida che le permettesse di scegliere dove andare. Non penso sia facile lasciare andare qualcuno che si ama. Ma la grandezza sta proprio in questo, nella scelta di decidere tra ciò che amiamo e ciò che vogliamo possedere.


Io penso che lasciare andare Anika dalla sua mamma sia quanto di più umano e grande la mamma affidataria possa fare. Perché in quell’atto si concretizzerebbe l’autenticità di chi non trattiene, ma restituisce.

So che Aziza è sostenuta da un team di persone che si stanno spendendo oltre ogni limite, mettendo in gioco tutto per sostenere questa causa. Oggi, con questo scritto, voglio sostenerle anch’io. Vorrei poter dire che sarebbe bello scrivere il lieto fine di questa storia: una madre che, dopo aver lottato tanto, si ricongiunge alla figlia. Sarebbe una vittoria per tutti, non una perdita.

dott.ssa Giusy Milone

Luogo: corso Cristoforo Colombo int 4, 12, CATANIA, CATANIA, SICILIA

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