Mercoledì 29 luglio, il Cortile Platamone ha accolto l’ultima tappa de Le Veglie di Agata, il palinsesto artistico e culturale ideato e curato dalla progettista culturale Valentina Giua, nato in collaborazione con il Comitato per la Festa di Sant’Agata e realizzato con il patrocinio del Comune di Catania, Direzione Cultura.
Più che un semplice appuntamento conclusivo, la serata ha rappresentato la sintesi di un percorso che, nel corso di tre settimane, ha intrecciato arti visive, teatro, poesia, musica, danza e tradizioni popolari, restituendo alla città un’idea di cultura fondata sull’incontro, sull’ascolto e sulla presenza.
A guidare il pubblico lungo quest’ultimo viaggio è stata la stessa Valentina Giua che, come in ogni appuntamento del palinsesto, ha accompagnato gli spettatori attraverso i tre momenti che hanno composto la serata finale, mantenendo quel filo narrativo che ha reso Le Veglie di Agata un’unica esperienza culturale, capace di mettere in dialogo linguaggi artistici diversi all’interno di una visione condivisa.
Le letture poetiche di Lina Maria Ugolini: la parola che si fa voce
Ad aprire la serata è stata Lina Maria Ugolini, scrittrice, poetessa, contafiabe, musicologa e docente del Conservatorio “Vincenzo Bellini” di Catania. Autrice di un’ampia produzione letteraria che spazia dalla poesia alla narrativa, dalla saggistica alla letteratura per l’infanzia, ha pubblicato cinque opere con la casa editrice rueBallu, all’interno della collana Jeunesse, insignita del Premio Andersen 2016 come Miglior progetto editoriale. La sua presenza ha rappresentato un’introduzione di straordinaria intensità, affidando alle parole il compito di inaugurare l’ultima Veglia prima ancora che la musica prendesse forma.
Il pubblico ha attraversato un itinerario poetico costruito tra alcune delle opere più significative dell’autrice, con letture tratte da Abitare gli abiti, Come grani di melagrana e Solitudini da ree mobili. Testi nei quali la parola si fa corpo, memoria e ricerca interiore, attraversando temi come l’identità, il tempo, la fragilità e la capacità della poesia di restituire un senso nuovo all’esperienza umana.
Accanto alla lingua italiana, Ugolini ha dato spazio anche alla lingua siciliana, restituendone tutta la forza evocativa e la musicalità originaria. Alcuni brani sono stati accompagnati dalla sua stessa voce in forma cantata, in un intreccio naturale tra poesia e musica che ha trasformato la lettura in un’esperienza di ascolto profonda e coinvolgente.
Più che un’apertura, la sua è stata una vera soglia simbolica: un invito ad abitare il silenzio, a rallentare lo sguardo e a predisporre l’animo all’ascolto. Un momento di rara eleganza che ha incarnato pienamente lo spirito delle Veglie di Agata, dove la cultura non è semplice fruizione, ma occasione di presenza, condivisione e incontro.
I Colapisci: tra musica popolare, cantautorato e memoria siciliana
Il secondo momento della serata è stato affidato ai Colapisci, con Santo Privitera al mandolino, Melo Zuccaro alla voce, insieme a Mario Cantone alla chitarra, Silvio Carmeci, fisarmonica e Salvina Tomarchio, percussioni e voce. Un’esibizione che ha saputo intrecciare musica popolare siciliana e cantautorato, restituendo al pubblico un viaggio sonoro attraverso le radici più autentiche dell’isola.
Particolarmente suggestivo è stato l’intervento di Melo Zuccaro, dedicato ai vanniaturi, figure emblematiche della tradizione popolare siciliana. Con il loro inconfondibile richiamo in strada, a metà tra canto e declamazione, i venditori ambulanti trasformavano la quotidianità in una forma spontanea di espressione musicale, dando voce ai mercati e alle piazze della Sicilia. Un omaggio che ha evocato un patrimonio immateriale ancora vivo nella memoria collettiva dell’isola.
Nel corso dell’esibizione, i Colapisci hanno alternato alcuni tra i brani più rappresentativi del repertorio della tradizione siciliana a composizioni d’autore, confermando una ricerca musicale capace di custodire il passato senza rinunciare a una sensibilità contemporanea.
A rendere ancora più intenso il concerto è stato il dono di un brano inedito dedicato a Sant’Agata, presentato al pubblico in anteprima. Una composizione nata da un sentimento di profonda devozione verso la Patrona di Catania, che la band vive come parte integrante della propria identità artistica e umana. La scelta di proporre questo inedito assume un significato ancora più profondo nell’anno in cui la città celebra il IX centenario (1126-2026) dell’arrivo delle reliquie di Sant’Agata a Catania, una ricorrenza che rinnova il legame tra la comunità e la sua Patrona. Il brano si è così inserito con naturalezza nello spirito delle Veglie di Agata, dove arte, memoria e tradizione dialogano in un unico racconto, restituendo alla cultura la capacità di custodire l’identità di un popolo e di trasmetterla alle nuove generazioni.
Il finale di danza: Elementos racconta la leggenda di Colapesce
A chiudere l’ultima Veglia è stata la Scuola Elementos, diretta da José Adornetto, con la partecipazione straordinaria della maestra Marietta Mora. Un epilogo affidato al linguaggio del corpo, capace di tradurre in movimento ciò che fino a quel momento era stato raccontato attraverso la parola e la musica.
A guidare il pubblico è stata la voce narrante di Rossella Caramma, intensa e magnetica, che ha accompagnato ogni quadro coreografico ripercorrendo la celebre leggenda di Colapesce, il giovane che, secondo la tradizione popolare siciliana, sceglie di immergersi negli abissi per sostenere la Sicilia e impedirne il crollo. Una figura che, nel tempo, è diventata simbolo di sacrificio, appartenenza e amore incondizionato per la propria terra.
Le coreografie hanno trasformato quel racconto antico in una riflessione universale sulla condizione umana. Attraverso il movimento, i danzatori hanno esplorato il rapporto con l’altro, l’equilibrio fragile della coppia, il conflitto, la fiducia, la perdita e la forza che nasce dalla relazione. Ogni gesto è diventato linguaggio, ogni silenzio parte integrante della narrazione.
A sostenere la forza evocativa dello spettacolo anche una scenografia essenziale, costruita attorno a pochi elementi dal forte valore simbolico: corde, una rete e una colonna, segni capaci di evocare insieme il mare, il legame, il destino e il peso della memoria. Una scelta di rigorosa essenzialità che ha lasciato spazio alla danza e all’immaginazione dello spettatore, trasformando il palcoscenico in un luogo di profonda riflessione.
Con Elementos, Le Veglie di Agata hanno affidato il loro saluto finale al corpo in movimento, dimostrando ancora una volta come ogni linguaggio artistico possa raccontare la stessa ricerca: quella di una presenza autentica, capace di custodire la memoria e di trasformarla in esperienza condivisa.
Non una conclusione, ma l’inizio di una presenza
Le Veglie di Agata non si concludono con l’ultimo appuntamento del calendario. Se il tempo degli eventi trova una naturale conclusione, il senso più profondo del progetto continua invece il proprio cammino.
La Veglia, prima ancora di essere un palinsesto culturale, è uno stato di presenza. È la scelta di fermarsi, di abitare il tempo con consapevolezza, di lasciare che l’arte diventi occasione di incontro, ascolto e trasformazione. Ogni serata ha rappresentato un invito a restare presenti: davanti a un quadro, a una poesia, a una melodia, a un gesto teatrale o a un passo di danza.
Le Veglie di Agata sono nate da questo desiderio e continueranno a vivere ogni volta che quella stessa presenza saprà generare nuovi spazi di bellezza condivisa. Perché la cultura non termina quando si spengono le luci di un palcoscenico: continua nelle relazioni che crea, nelle domande che lascia aperte e nella capacità di restituire a una comunità il senso della propria identità.
Se queste settimane hanno acceso anche una sola piccola luce nello sguardo di chi vi ha partecipato, allora il cammino è appena cominciato.
Un progetto che ha saputo costruire una comunità culturale
In poco meno di un mese, Le Veglie di Agata, ideate e curate dalla progettista culturale Valentina Giua in collaborazione con il Comitato per la Festa di Sant’Agata, hanno dato vita a un percorso artistico capace di intrecciare linguaggi differenti in un unico racconto collettivo.
Il palinsesto ha attraversato teatro, arti visive, poesia, musica, danza e improvvisazione, restituendo al pubblico un’esperienza culturale unitaria, nella quale ogni appuntamento dialogava con il successivo all’interno di una visione comune.
Il percorso ha preso avvio con la serata inaugurale dell’Accademia di Recitazione di Lucia Sardo e Marcello Cappelli, è proseguito con la mostra di Martina Privitera, il Poetry Open Mic che ha riunito oltre quaranta tra poeti, performer e interpreti, la personale di Salvo Coglitori, il concerto di Harmonia Ostinata, lo spettacolo di teatro popolare “U Curtigghiu” della Compagnia Folk Etnea I Lapilli, la serata di improvvisazione teatrale della scuola Attimpari e si è concluso con il gran finale dedicato alla poesia, alla musica popolare e alla danza.
Accanto alla partecipazione del pubblico, il progetto ha ottenuto un’importante attenzione mediatica, trovando spazio su numerose testate giornalistiche e contribuendo a raccontare un modo diverso di fare cultura: non come successione di eventi, ma come costruzione di una comunità che si riconosce nell’arte, nella memoria e nella condivisione.
Le Veglie di Agata lasciano così un’eredità che va oltre il calendario. Non soltanto gli spettacoli, le mostre o i concerti, ma una visione: quella di una cultura capace di mettere in relazione persone, linguaggi e sensibilità diverse, ricordandoci che la bellezza, quando è condivisa, diventa un autentico atto di presenza.




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