“L’ente locale comunale, in lingua latina municipium con cui si intendeva una comunità cittadina legata a Roma, è il primo presidio di democrazia del nostro ordinamento repubblicano.” È così che il Segretario Provinciale della Democrazia Cristiana Etnea, Avv. Piero Lipera, che con il suo monito, invita alla riflessione per la svolta.

 Lipera prosegue: “Al netto delle funzioni e delle specifiche materie assegnate, dal grado di efficienza dei servizi erogati, toccando direttamente i bisogni e la qualità della vita della cittadinanza, rileviamo lo stato di salute delle nostre pubbliche istituzioni e con essa il grado di preparazione professionale e morale della sua classe dirigente (gli amministratori locali di oggi – sindaci, consiglieri e assessori – nel progredire del loro cursus honorum costituiranno, un giorno, la gran parte dei parlamentari e dei governanti del futuro). Ebbene, la crisi economica dell’ente locale e la bassa qualità professionale della classe politica locale odierna non hanno precedenti dal dopoguerra ad oggi. In Sicilia, in particolare, così dicono i numeri, la crisi di gestione ha raggiunto livelli allarmanti. Tutti i comuni, con rarissime eccezioni, vivono nell’impossibilità di chiudere in pareggio i loro conti dove costantemente le entrate non riescono a coprire i costi riferiti alla sola spesa corrente ovvero l’ordinaria amministrazione per garantire i servizi essenziali.

La politica regionale, innanzi questa impressionante domanda di denari da parte delle numerose civitates, ha goffamente reagito “a suo modo”, elevando a sistema le così dette “leggi mance” che ad ogni finanziaria regionale – senza alcun bando, in barba a qualunque principio di sana concorrenza, imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione – ha elargito considerevoli somme in favore dei propri clientes, pubblici amministratori, ciascuno riferimento locale dei settanta parlamentari regionali. 

Il fenomeno, apprezzato e sostenuto bipartisan, ha finito per generare mostri di iniquità ed assistiamo quindi a comuni destinatari di milioni di euro, perché sostenuti politicamente dal potente deputato regionale autoctono, ed altri comuni totalmente dimenticati, non già perché privi di progetti o problematiche, ma sol perché non muniti di un deputato sponsor a loro sostegno.

Ad ogni modo, la crisi è così enorme e molossa che ne sono una plastica prova i provvedimenti dell’Assessorato Regionale agli Enti Locali che, limitandoci nel citare solo i provvedimenti più recenti, nell’anno 2024, su 391 comuni siciliani, ha dovuto procedere alla nomina di ben 236 commissari ad acta e, l’anno successivo, quello in corso, di altri 179, ovvero di funzionari regionali, incaricati dal governo della Regione, per redigere e varare atti di natura contabile non esitati dai rispettivi consigli comunali, spesso, se non nella totalità dei casi, a causa della mancanza di risorse all’interno dell’ente. Senza contare tutti i comuni già in precedenza dichiarati dissestati o in predissesto.

La mole impressionante dei commissariamenti e dei dissesti finanziari rende quindi evidente quanto grave ed allarmante sia l’attuale situazione economica dei nostri municipi.

Dunque un fenomeno così generale e diffuso appalesa l’ipotesi che non trattasi di una mala gestio da parte dei singoli amministratori locali ma che invece sia il sintomo di una problematica di natura sistemica ovvero di una errata legislazione fiscale e ordinamentale attualmente vigente. Nel corso di quest’ultimo trentennio, a partire dagli anni ‘90, con le celeberrime leggi Bassanini, numerose sono state le riforme che hanno riguardato l’ordinamento degli enti locali con cui, fra le tante innovazioni, si diede vita alla summa divisio fra indirizzo politico, assegnata all’organo elettivo perché espressione della sovranità popolare, e azione amministrativa, di esclusivo appannaggio della dirigenza burocratica.

Nel tempo, sebbene le finalità di questa riforma fossero quelle di separare le responsabilità e di generare maggiore autonomia nel corpo burocratico dirigenziale (in ossequio al principio secondo il quale l’amministrazione e le istituzioni sono al servizio dei cittadini, ovvero sono gli strumenti per garantire e soddisfare i loro diritti: non quindi al servizio delle esigenze clientelari del ceto politico), ha finito per capovolgersi e mediante l’applicazione del sistema dello spoil system , mediante cui i vertici dirigenziali vengono scelti tramite nomina fiduciaria dall’organo politico, ha finito in sostanza per travolgere l’intero complesso amministrativo per essere uno strumento alla totale mercé della volontà politica (e della sua frequente carenza di professionalità e competenza). Le criticità riscontrate in questi anni riguardano in particolare il settore della gestione dei rifiuti urbani, l’esternalizzazione di precisi servizi (nei quali l’ente locale è proprietario della società gestoria ed unico destinatario del servizio) e la riscossione dei tributi che unitamente all’enorme fenomeno dell’evasione fiscale, assai diffuso nelle terre più degradate e povere, come quelle del Mezzogiorno ed in Sicilia, ha creato una voragine economica senza precedenti.

Andando alla ricerca delle cause, a qualunque attento ed onesto osservatore non può sfuggire che in Sicilia la mancata prosecuzione del piano dei rifiuti regionali del 2004, varato dal primo governo Cuffaro, il quale, prevedendo la costruzione di almeno quattro termovalorizzatori, avrebbe potuto evitare che il costo della gestione del servizio di raccolta dei rifiuti diventasse esorbitante e non più sostenibile dalle gracili casse comunali (con i termovalorizzatori infatti si sarebbe azzerato il conferimento in discarica che rappresenta il grosso del costo della gestione del servizio e si sarebbe avviato un primo percorso “green” in quanto dall’incenerimento dei rifiuti si sarebbe prodotta energia elettrica abbassandone il costo anche per l’utenza).

Questa mancata innovazione in tema di rifiuti ha considerevolmente contribuito al collasso economico di tutti gli enti locali siciliani.

A ciò deve aggiungersi come, a seguito del processo di privatizzazione ed esternalizzazione dei servizi, l’ente locale sia stato gravato da maggiori costi e oneri tributari. Il precedente sistema prevedeva che diversi servizi fossero gestiti direttamente dall’ente con suoi diretti impiegati (rifiuti, spazzamento, pulizia, discerbamento, etc…) quando adesso vengono affidati a ditte esterne o a società “in house”. Ebbene il costo di queste attività, se nell’idea riformatrice del legislatore degli anni ‘90 fosse quello di efficientare il servizio e di ridurne il costo, proprio quest’ultimo è tutt’altro che diminuito: si deve infatti tener conto che, al momento del pagamento della fattura per l’esecuzione dell’opera, l’ente locale, oltre il salario del lavoratore, versa pure la tassazione dovuta per le imprese e l’utile per l’imprenditore. Un evidente surplus che non graverebbe sull’ente qualora gli addetti dei servizi in questione fossero impiegati comunali.

Senza contare il frequente fenomeno che nelle più piccole realtà non è nemmeno asseverato l’obiettivo della libera concorrenza, atteso che le aziende aggiudicatarie degli appalti sono spesso imprese locali, le quali sono persino indotte a creare piccoli cartelli economici e clientelari.

Quindi quegli stessi servizi hanno oggi per il comune un costo notevolmente superiore rispetto a quando erano realizzati con maestranze proprie alle dirette dipendenze dell’ente municipale.

La legislazione e la prassi che ne è seguita secondo cui gli enti comunali costituiscono al suo interno società (chiamate “in house”), che svolgono servizi solo ed esclusivamente per l’ente locale, il quale è allo stesso tempo unico proprietario, unico committente e unico utente, è oltremodo errata tanto da esser concausa dell’attuale dissesto economico della finanza locale.

Orbene, oggi al momento del pagamento della fattura della società “in house” non verranno più pagati solo gli emolumenti per il versamento degli stipendi, andranno ad aggiungersi tutti quegli oneri tributari – Ires, Irap e IVA – che se il servizio fosse svolto direttamente da impiegati comunali non verrebbero più versati all’erario statale. 

Ricapitolando, quindi, dopo le tante riforme degli anni ’90, dopo la moda delle esternalizzazioni e delle privatizzazioni, lo stesso servizio, con le medesime unità lavorative, ha notevolmente aumentato il costo perché gravato anche dagli oneri fiscali anzidetti. Altro che risparmio ed efficienza!

Questi costi ulteriori sono valutabili in una forbice di stima che va dal 22% al 30%. Somme, ribadisco, che qualora il servizio fosse svolto con impiegati comunali sarebbe di gran lunga più conveniente ed economicamente vantaggioso.

L’emergenza economica attuale richiede quindi una riforma di portata sistemica che possa ricostituire una dotazione finanziaria per gli enti locali e l’unico modo per non chiedere risorse finanziarie agli enti sovraordinati, ovvero stato e regione, è quello di rimodulare il quadro normativo e tributario degli stessi. 

Dunque, delle due l’una, o a far ritornare nell’alveo delle competenze dell’ente comunale i citati servizi da svolgere con personale proprio, esonerandoli dal pagamento di alcune gravose imposte oppure, mantenendo ancora il servizio per i privati vincitori di pubblica gara, istituire un regime fiscale privilegiato per gli enti locali esonerandoli dal pagamento di precisi tributi, iniziando dall’Iva.

Queste due proposte di riforma, in linea teorica anche congiunte, potrebbero nell’immediato consegnare ai comuni una propria dotazione finanziaria per uscire dai dissesti o addirittura per mai entrarvi.

Non possiamo permetterci ancora di mette la polvere sotto il tappeto, la finanza locale è al collasso. 

E, ricordo, dietro ogni dissesto comunale ci sono tante piccole imprese del luogo, fornitrici di prodotti, servizi e prestazioni, che vengono spesso travolte dal fallimento comunale, senza contare il danno economico per i cittadini i quali, ex lege, per almeno cinque anni, vedranno al massimo della aliquota il pagamento di tutti i tributi comunali accompagnato dalla netta diminuzione delle attività e dei servizi.

Non possiamo nemmeno sottacere i danni già prodotti da questo olocausto economico della finanza locale che è certamente concausa dell’incredibile fenomeno migratorio che sta vessando la Sicilia la quale negli ultimi vent’anni ha perso circa 600.000 abitanti ovvero più del 10% della sua popolazione. Ogni anno quindi la Sicilia perde circa 40.000 abitanti e nessuno ne parla. I pochi anni, qualora non si invertirà la tendenza, saremo la regione meno abitata d’Italia, con ricadute economiche di enorme portata.

Dunque, serve oggi – e con somma urgenza – un illuminato moto riformatore, che porti in parlamento, essendo la potestà tributaria di competenza statale, la voce – in verità i latrati di dolore – delle casse dei comuni siciliani.  Serve quindi una classe politica all’altezza dei tempi e delle sfide odierne.  Serve, a mio avviso, solo coraggio e competenza.

Ai governanti, adesso la soluzione.

PS: C’è poi il problema della selezione e formazione della classe politica locale ma questo merita un capitolo a parte.”

Luogo: Sede DC, Piazza Teatro Massimo Bellini

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