La Corte di Cassazione ha messo la parola fine a una vicenda che per anni ha alimentato discussioni tra clienti, ristoratori e consumatori: in Italia non esiste alcun obbligo per bar, ristoranti o hotel di servire acqua del rubinetto ai tavoli, nemmeno se il cliente si dichiara disposto a pagare il servizio.
La decisione arriva al termine di una lunga battaglia giudiziaria nata in una struttura alberghiera di lusso a Corvara in Badia, località turistica delle Dolomiti. La controversia, partita durante le festività tra dicembre 2018 e gennaio 2019, è arrivata fino ai giudici della Corte Suprema, che hanno confermato integralmente le sentenze emesse nei precedenti gradi di giudizio.
Il caso nato in un hotel di lusso sulle Dolomiti
Tutto ruota attorno al soggiorno di una cliente in un hotel cinque stelle dell’Alto Adige. La donna aveva acquistato un pacchetto turistico in mezza pensione dal valore superiore a 5.700 euro. Nel contratto era specificato che le bevande non erano comprese nel prezzo.
Durante le cene consumate nella struttura, l’ospite aveva chiesto più volte di poter bere acqua del rubinetto. Una richiesta che la direzione dell’albergo ha sempre respinto, proponendo esclusivamente bottiglie di acqua minerale presenti nel listino del ristorante, con prezzi compresi tra 7 e 10 euro al litro.
Da quel momento è iniziato un contenzioso destinato ad attraversare tutti i livelli della giustizia civile italiana.
La richiesta di risarcimento e il processo
La cliente ha deciso di citare in giudizio la struttura ricettiva sostenendo che il rifiuto costituisse una violazione dei diritti del consumatore. Nell’azione legale è stata inserita anche una richiesta di risarcimento di circa 2.700 euro per il presunto danno economico e per lo stress subito durante la permanenza in hotel.
La vicenda ha assunto rapidamente un valore simbolico, anche perché negli anni sui social network e in numerose catene online si è diffusa la convinzione che esistesse una legge capace di obbligare ristoranti e alberghi a servire gratuitamente, oppure a pagamento, l’acqua proveniente dalla rete idrica pubblica.
La sentenza della Cassazione ha invece chiarito definitivamente che questa norma non esiste.
La decisione definitiva
I magistrati della Corte Suprema hanno, quindi, escluso qualsiasi illecito contrattuale da parte della struttura alberghiera.
Secondo i giudici, il servizio acquistato dalla cliente è stato erogato correttamente e nel pieno rispetto degli accordi sottoscritti al momento della prenotazione. L’assenza delle bevande dal pacchetto turistico era infatti esplicitamente prevista.
La Cassazione ha inoltre ribadito un principio preciso: la scelta dei prodotti da inserire nel menù rientra nella piena autonomia imprenditoriale del ristoratore o dell’albergatore.
In sostanza, un cliente non può pretendere che vengano serviti prodotti o alternative non previste dall’offerta commerciale della struttura.
Libertà commerciale e gestione del menù
La pronuncia rafforza il concetto di libertà gestionale per le attività della ristorazione e dell’accoglienza.
I giudici di Piazza Cavour hanno evidenziato che l’offerta gastronomica e commerciale di un ristorante rappresenta una scelta imprenditoriale privata. Questo significa che il gestore mantiene il diritto di decidere cosa vendere, a quali condizioni e con quali modalità di servizio.
Di conseguenza, la clientela non può appellarsi a un presunto “diritto” all’acqua del rubinetto durante una consumazione in un locale privato.
La decisione riguarda sia l’ipotesi della somministrazione gratuita sia quella a pagamento. Anche se il cliente fosse disposto a sostenere un costo per il servizio di mescita, il locale può comunque rifiutarsi di servire acqua corrente.






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