La base militare di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove è presente anche il contingente italiano impegnato nelle missioni internazionali, è stata colpita nella notte da un attacco con drone. L’azione non ha provocato feriti tra i militari italiani grazie alle procedure di sicurezza attivate in anticipo.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervistato dal Tg1, ha spiegato che il personale era stato avvisato in anticipo della possibilità di un attacco.

La base colpita è una struttura utilizzata sia dalle forze della NATO sia da quelle statunitensi, e negli ultimi giorni era già stata oggetto di tentativi di attacco.

Una base Nato già nel mirino

Secondo Crosetto, il contesto di sicurezza della zona era già considerato critico.

“È una base Nato, e anche una base americana, per cui erano già avvenuti nei giorni scorsi dei tentativi di attacco. Abbiamo preferito lasciare in quella base il personale che è rimasto ancora in missione perché è più sicuro che non negli alberghi”.

La struttura dispone di aree protette e sistemi di sicurezza che consentono di gestire situazioni di emergenza come quella verificatasi nella notte.

I danni e l’origine dell’attacco

Sull’episodio è intervenuto anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha parlato durante un punto stampa alla Farnesina.

“Non è certo il luogo di partenza dei droni, probabilmente saranno partiti da basi irachene filo-iraniane”.

Il ministro ha confermato che l’attacco non ha causato conseguenze per il personale italiano.

“Ci sono stati danni materiali, ma non di enorme entità”.

Tajani ha inoltre ribadito l’assenza di feriti tra i militari italiani.

“La situazione è questa, l’attacco di questa notte non ha prodotto alcun danno ai nostri militari”.

Nel corso della giornata il ministro degli Esteri ha anche avuto contatti diretti con il comando militare presente nella base.

“Ho portato il mio saluto al colonnello (Stefano) Pizzotti”.

Il rientro del contingente italiano

Parallelamente all’attacco, il Ministero della Difesa aveva già avviato un ridimensionamento della presenza militare italiana nella base.

Crosetto ha spiegato che una parte significativa del personale è già stata rimpatriata.

“Abbiamo fatto rientrare 102 persone in Italia e ne abbiamo scortati una quarantina in Giordania”.

La riduzione del contingente era già prevista nei piani operativi della missione.

“Degli attuali 142 era in fase di programmazione un rientro che non è facile perché deve avvenire via terra, probabilmente via Turchia”.

Il trasferimento via terra è necessario perché non è possibile organizzare un rientro diretto con voli militari dalla zona.

Il dibattito politico sulla sicurezza delle missioni

L’attacco alla base di Erbil ha riacceso il confronto politico sulla sicurezza delle missioni militari italiane all’estero.

Il leader di Azione, Carlo Calenda, ha chiesto il ritiro dei militari italiani dalla base irachena sostenendo che l’Italia non dispone di sistemi di difesa adeguati.

“I militari italiani “vanno ritirati” dalla base di Erbil “perché non abbiamo nessun controllo dell’area, dato che abbiamo pochissimi dispositivi anti-missile e anti-drone. Oggi la difesa italiana è totalmente impreparata, perché non è stato messo un euro su questo”.

Calenda ha inoltre richiamato il tema della produzione di sistemi antimissile europei.

“In una notte di bombardamenti sull’Ucraina vengono usati 100 missili, la produzione annuale per la Francia e l’Italia di Aster è di 200 missili”.

Il leader di Azione ha quindi sostenuto la necessità di rafforzare gli investimenti nella difesa.

“Noi non possiamo continuare a far finta di nulla, nessuno vuole investire in armi perché gli piacciono le armi, ma per difendersi almeno bisogna avere un sistema antimissile che funziona”.

Infine, ha criticato il contesto geopolitico che ha portato all’escalation militare nella regione.

“i militari in posizioni in cui non siamo in grado di proteggerli, non ci devono stare, soprattutto su una guerra che non è stata iniziata da noi, ma che è stata iniziata da un pazzo che è Trump e da un delinquente che è Netanyhau”.