Il 13 novembre 1999 Namiko Takaba fu trovata morta nella sua abitazione a Nagoya, nel Giappone centrale. Aveva una ferita al collo inferta più volte con un oggetto appuntito. Accanto a lei, illeso, il figlio di due anni. Per 26 anni il marito, Satoru Takaba, ha continuato a pagare l’affitto di quell’appartamento lasciandolo intatto, nella speranza che la scena del crimine potesse un giorno fornire la prova decisiva. In totale ha versato 22 milioni di yen, circa 135.000 euro al cambio attuale. La svolta è arrivata il 30 ottobre scorso, quando una donna di 69 anni, Kumiko Yasufuku, si è consegnata alla polizia.
L’omicidio del 1999 e un’indagine senza esito
Il delitto avvenne il 13 novembre 1999. Namiko Takaba, casalinga, fu colpita più volte al collo con un oggetto affilato. Il bambino di due anni rimase accanto al corpo senza riportare ferite.
Le autorità hanno mobilitato 100.000 agenti nel corso degli anni e ascoltato circa 5.000 persone. Nonostante lo sforzo investigativo, non è mai emerso un colpevole. Gli unici elementi tecnici raccolti indicavano che la sospettata fosse una donna con gruppo sanguigno B, alta circa 1,60 metri e con scarpe di misura 24 centimetri. Fu anche annunciata una ricompensa per favorire segnalazioni utili.
Il caso è tornato all’attenzione pubblica dopo un servizio dell’emittente NHK all’inizio di novembre 2025, quando la vicenda è riapparsa nel dibattito nazionale come uno dei cold case più noti della prefettura di Aichi.
Ventisei anni con la casa sigillata
Satoru Takaba non si è mai risposato. Dopo l’omicidio si è trasferito altrove con il figlio ma ha deciso di mantenere in affitto l’appartamento teatro del delitto. Non ha rimosso gli oggetti, non ha pulito le macchie di sangue. Ha spiegato ai media di averlo fatto in attesa di una svolta nelle indagini.
Nel tempo ha distribuito volantini per strada e concesso interviste per chiedere informazioni alla cittadinanza. In 26 anni ha pagato 22 milioni di yen, circa 135.000 euro, per un immobile rimasto vuoto.
La riapertura dell’inchiesta e la resa

Kumiko Yasufuku
Lo scorso anno la polizia ha riaperto formalmente l’indagine concentrandosi sulle persone legate alla famiglia. Il 30 ottobre Kumiko Yasufuku, 69 anni, si è presentata spontaneamente alle autorità.
In precedenza era stata interrogata ma aveva rifiutato di fornire un campione di sangue per l’analisi del DNA. Gli investigatori hanno dichiarato che il DNA estratto dal sangue trovato sulla scena del crimine corrisponde al suo. È stata arrestata con l’accusa di omicidio.
Davanti agli inquirenti ha dichiarato: “Negli ultimi due decenni sono stata preoccupata ogni giorno. Non osavo guardare i servizi televisivi su questo caso. Il 13 novembre di ogni anno mi sentivo ansiosa e depressa”.
Ha aggiunto: “Non volevo essere arrestata perché non volevo creare problemi alla mia famiglia. Ma quando la polizia mi ha contattata ad agosto, ero pronta per l’arresto. Vorrei chiedere scusa a Namiko”.
Un legame del passato
Yasufuku era compagna di scuola di Takaba alle superiori e, secondo la ricostruzione, aveva una cotta per lui. In passato gli aveva inviato cioccolatini per San Valentino e una lettera in cui esprimeva il suo affetto ma lui l’aveva respinta.
Dopo il diploma cessarono i contatti, salvo un incontro un anno prima del delitto.
Takaba ha raccontato: “Non mi sarei mai aspettato che fosse lei. Pensavo che l’assassina avesse lasciato Nagoya, invece è sempre vissuta vicino alla mia casa in affitto”.
Ha aggiunto: “Mi disse che si era sposata ma che doveva comunque lavorare ma che era esausta”.
E ancora: “Non ci aveva mai molestati prima del crimine. Per questo pensavo che non potesse essere lei”.
Secondo quanto riferito, alcuni vicini avevano segnalato alla polizia di aver sentito litigi provenire dall’abitazione della vittima prima dell’omicidio.
Dopo l’arresto, gli amici di Takaba si sono congratulati con lui. L’uomo ha commentato: “Quindi, pagare l’affitto per la casa per così tanti anni ne è valsa la pena. È sorprendente che l’assassina sia qualcuno che conosco. Mi dispiace tanto per Namiko”.
Fonte: South China Morning Post.






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