L’euforia delle prime ore dell’Operazione Roaring Lion sta cedendo il passo a frustrazione e pessimismo crescenti. Secondo funzionari governativi israeliani citati da YNet, la possibilità di un cambio di regime a Teheran appare oggi molto meno concreta rispetto alle attese iniziali.
Quando il conflitto è scoppiato, tra gli obiettivi discussi ai vertici di Gerusalemme figurava anche il rovesciamento del potere degli ayatollah. Con il passare dei giorni, però, l’analisi della situazione sul campo ha prodotto conclusioni più caute: la leadership iraniana regge e le proteste di piazza non stanno assumendo i contorni di una rivolta popolare contro il regime. Le manifestazioni osservate nelle strade, spiegano le stesse fonti, sarebbero state organizzate in larga parte dai membri della milizia Basij, la forza paramilitare fedele alla Repubblica Islamica.
Netanyahu prepara l’opinione pubblica
Le dichiarazioni del primo ministro Benjamin Netanyahu segnalano che il governo sta cominciando ad abituare l’opinione pubblica all’idea che la guerra potrebbe non concludersi con la caduta del regime. “Aspiriamo a portare il popolo iraniano a liberarsi dal giogo della tirannia. Ma questo dipende da loro”, ha detto Netanyahu. “Non c’è dubbio, però, che attraverso le azioni intraprese finora stiamo spezzando le loro ossa — e la nostra mano è ancora tesa”. Il premier ha ribadito che qualsiasi cambiamento politico in Iran può venire soltanto dall’interno.
Ciò non toglie, precisano i funzionari, che l’obiettivo centrale della campagna militare resti invariato: creare le condizioni affinché la popolazione iraniana possa decidere autonomamente il proprio futuro.
Le valutazioni militari
Nonostante il tono più sobrio, i responsabili israeliani sostengono che la campagna abbia già inferto danni strategici profondi. Secondo queste valutazioni, Teheran avrebbe perso anni nello sviluppo del programma nucleare e nella capacità di produzione di missili balistici. Un funzionario ha sintetizzato così la situazione: “Non lasciatevi impressionare dalle dichiarazioni degli iraniani. Sono fanatici, ma il loro sistema è in macerie. Non hanno marina. Non hanno aviazione. Non hanno industria della difesa. Le infrastrutture sono gravemente danneggiate. Sarà difficile per loro pagare gli stipendi. Non sottovalutate il danno strategico: c’è molto che non è ancora noto e non è stato reso pubblico”.
Secondo l’interpretazione israeliana, anche se il regime sopravvivesse al conflitto, proverebbe comunque a presentare l’esito come una vittoria politica.
Il fattore Trump
Alcune dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha lasciato intendere la possibilità di una conclusione relativamente rapida del conflitto, vengono lette in Israele come un tentativo di raffreddare le tensioni sui mercati energetici globali, dopo che l’escalation ha contribuito a spingere verso l’alto il prezzo del petrolio.
I funzionari israeliani escludono però che Washington abbia interesse a chiudere il conflitto lasciando l’Iran in una posizione di forza: “Gli americani non sono stupidi. Non sono entrati in questa guerra per uscirne con un Iran rafforzato”. Le stesse fonti anticipano un’intensificazione dell’offensiva nelle prossime settimane: “Ci saranno altri colpi pesanti in Iran. L’ultima parola non è ancora stata detta”.
Durata e obiettivi operativi
Le stime attuali indicano che il conflitto potrebbe durare almeno altre due settimane, con la consapevolezza che le previsioni temporali in guerra sono per natura inaffidabili. Secondo alcune valutazioni interne, Trump potrebbe decidere di fermare i combattimenti solo dopo un evento militare o politico di portata decisiva. Tra le ipotesi circolate negli ambienti strategici figura anche l’eliminazione di Mojtaba Khamenei, il successore della guida suprema dopo la morte del padre all’inizio del conflitto.
Nel frattempo, Israele prosegue con un obiettivo operativo preciso: distruggere il maggior numero possibile di lanciatori di missili iraniani prima di un eventuale cessate il fuoco. Circa l’80% dei lanciatori sarebbe già stato annientato; il comando militare punta a portare questa percentuale tra il 90% e il 95% prima che venga presa qualsiasi decisione politica. L’esito finale, secondo le valutazioni israeliane, dipenderà da una sola figura: Donald Trump.
FAQ
Cos’è l’Operazione Roaring Lion?
È la campagna militare lanciata da Israele contro l’Iran durante l’attuale conflitto.
Israele punta ancora al cambio di regime in Iran?
Secondo funzionari israeliani l’obiettivo non è stato abbandonato, ma le probabilità sono considerate basse nel breve periodo.
Quanto potrebbe durare la guerra?
Le stime attuali indicano almeno altre due settimane di combattimenti.
Chi potrebbe decidere la fine del conflitto?
Secondo fonti israeliane la decisione finale dipenderà dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.






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