Umberto Bossi è morto oggi, 19 marzo, a Varese, all’età di 84 anni. Il fondatore della Lega Nord, uomo che più di ogni altro ha segnato la stagione politica italiana del post-Tangentopoli, non c’è più. Con lui se ne va il personaggio che aveva trasformato il risentimento padano in forza parlamentare e portato il tema dell’autonomia del Nord al centro del dibattito istituzionale per oltre trent’anni.

Chi era Umberto Bossi: dalle origini varesine alla fondazione della Lega

Nato a Cassano Magnago il 19 settembre 1941 Bossi aveva trascorso buona parte della sua esistenza nella provincia di Varese, terra che ne aveva forgiato il carattere e la visione politica. Prima di diventare il leader che l’Italia imparò a conoscere, lavorò come tecnico di laboratorio, si iscrisse alla facoltà di medicina senza laurearsi e si avvicinò al mondo dell’autonomismo lombardo agli inizi degli anni Ottanta.

Il 12 aprile 1984 fondò la Lega Autonomista Lombarda, che sarebbe poi divenuta la Lega Lombarda; ne venne eletto segretario nazionale e tale rimase fino al 1993, prima di dar vita al progetto della Lega Nord. Fu un’operazione politica senza precedenti nel panorama italiano del dopoguerra: un partito costruito attorno a un’idea geografica, non ideologica nel senso tradizionale del termine, che parlava di federalismo, devoluzione e differenziazione fiscale quando questi concetti erano quasi sconosciuti al grande pubblico.

È stato eletto per la prima volta al Senato nel 1987 (X legislatura); da ciò deriva il suo soprannome “Il Senatùr” (lombardo per Senatore), usato soprattutto nel gergo giornalistico. Dal 1992 ha ricoperto per sette volte la carica di deputato e un’altra volta quella di senatore. Per tre volte ha ricoperto la carica di parlamentare europeo. Una carriera istituzionale di lunghezza eccezionale, costruita su un bacino elettorale che nelle regioni del Nord-Est e della Lombardia toccò punte storiche nei primi anni Novanta.

Il peso politico della Lega Nord negli anni di Tangentopoli

Il crollo della Prima Repubblica per mano di Mani Pulite aprì un vuoto che Bossi seppe leggere meglio di altri. La Lega Nord raccolse i voti di chi non si riconosceva più nei partiti storici, ma soprattutto di chi aveva maturato un’insofferenza crescente verso un sistema percepito come inefficiente e centralista. Pontida divenne il palcoscenico delle adunate leghiste, con i rituali del Po, dell’ampolla d’acqua e della dichiarazione d’indipendenza della Padania — un’operazione simbolica che mescolava folklore e strategia politica con un’efficacia che i critici spesso sottovalutarono.

È entrato nel governo per la prima volta nel 2001, quando fu nominato ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione nel governo Berlusconi II. Era la consacrazione: il leader del partito antisistema diventava ministro della Repubblica, sedeva al tavolo del Consiglio dei ministri, usava le istituzioni per riformarle dall’interno. Una contraddizione apparente che Bossi non ha mai considerato tale.

La malattia, il ritiro e gli ultimi anni

Il marzo 2004 segna uno spartiacque nella vita di Bossi. Un ictus cerebrale lo colpì duramente nel 2004; ne seguì una lunga degenza e una riabilitazione che lasciò qualche difficoltà motoria, un braccio indebolito e qualche problema di comunicazione. Cinquantun giorni di ricovero all’ospedale Circolo di Varese, poi un lento ritorno alla politica che non fu mai del tutto completo.

Negli anni successivi seguirono altri episodi: nel febbraio 2019 accusò un malore nella sua abitazione di Gemonio e venne trasportato in elisoccorso all’ospedale di Varese, dove fu ricoverato in rianimazione. Nel 2022 fu operato per un’ulcera gastrica nello stesso ospedale varesino che ormai lo conosceva da vent’anni.

Eppure non smise di interferire con la politica, anche quando il partito aveva ormai preso una direzione che non riconosceva più come sua. La svolta nazionalista di Salvini, il tentativo di allargare la Lega al Sud, l’abbandono del simbolismo padano: tutto questo lo aveva allontanato dal partito che aveva costruito. Alle elezioni europee del 2024 Bossi, a sorpresa tramite l’ex deputato Paolo Grimoldi, fece sapere di aver votato Forza Italia per dare la preferenza a Marco Reguzzoni, ex deputato leghista e candidato come indipendente, chiedendo ai suoi seguaci di fare lo stesso. Un atto di rottura simbolica, rimasto tale senza portare a conseguenze formali all’interno del partito.