Secondo quanto riferito da organizzazioni per i diritti umani, Rubina Aminian, studentessa di tessitura, è stata uccisa a Teheran mentre partecipava a una protesta contro il regime iraniano. La giovane, di origine curda, aveva preso parte alla manifestazione dopo una giornata di lezioni allo Shariati College.
La sua morte è diventata uno dei casi più emblematici della repressione che, secondo le stime, avrebbe già causato oltre 500 vittime tra i manifestanti.
Le immagini e le testimonianze che emergono raccontano un Paese sotto assedio, con ospedali al collasso, famiglie intimidite e un blackout informatico che rende difficile verificare l’entità reale della strage.
Prima che le proteste travolgessero le strade di Teheran e di altre città iraniane, Rubina era una ragazza come tante. I suoi profili social la mostravano mentre provava gioielli, si truccava con il rossetto e mandava baci alla telecamera. Scene quotidiane, improvvisamente spezzate dalla violenza.
La morte di Rubina Aminian
Secondo l’organizzazione Iran Human Rights, Rubina Aminian sarebbe stata colpita a distanza ravvicinata nella parte posteriore della testa. Un dettaglio che, secondo gli attivisti, indicherebbe un’esecuzione deliberata da parte delle forze di sicurezza.
I genitori della giovane sono partiti dalla loro casa a Kermanshah per raggiungere Teheran e cercare il corpo della figlia. Non è stato un riconoscimento immediato.
Secondo quanto riferito, la famiglia sarebbe stata condotta in una struttura dove si è trovata davanti a centinaia di corpi di giovani vittime, uccisi durante le proteste.
Un testimone ha raccontato: “La maggior parte delle vittime erano giovani tra i 18 e i 22 anni, colpiti a distanza ravvicinata alla testa e al collo dalle forze governative”.
In un primo momento, alla famiglia non sarebbe stato consentito identificare il corpo di Rubina. Successivamente, non sarebbe stato permesso loro di portarlo via.
Una sepoltura forzata e il terrore delle famiglie
Dopo l’identificazione, i genitori sarebbero stati costretti a seppellire Rubina lungo una strada isolata, in una fossa poco profonda, mentre le forze di sicurezza circondavano l’abitazione di famiglia. Una pratica che, secondo gli attivisti, viene utilizzata per impedire funerali pubblici e nuove manifestazioni di protesta.
Iran Human Rights ha riferito che i genitori di Rubina avrebbero visto molti altri giovani uccisi con modalità simili. Un’esperienza traumatica che si ripete per decine di famiglie in tutto il Paese.
Il bilancio delle vittime continua a salire
La repressione delle proteste ha già causato, secondo diverse fonti, oltre 500 morti. L’organizzazione statunitense HRANA parla di 490 manifestanti uccisi, oltre a 48 membri delle forze di sicurezza. Un medico ha riferito che sei ospedali di Teheran avrebbero registrato almeno 217 morti in una sola notte, quella di giovedì. Le testimonianze parlano di ospedali sovraffollati, reparti in crisi e strutture sanitarie costrette a gestire un numero senza precedenti di feriti e cadaveri.
Ospedali al collasso e ferite da arma da fuoco
Medici e attivisti hanno raccontato di una situazione sanitaria drammatica. Un chirurgo ha dichiarato che, dopo una manifestazione a Teheran, il suo ospedale avrebbe curato sei pazienti colpiti alla testa, nessuno dei quali è sopravvissuto. Immagini diffuse online mostrano familiari delle vittime che tengono in mano frammenti metallici estratti dalla testa dei loro cari. Particolarmente allarmante la situazione di un ospedale oculistico, entrato in “modalità crisi” a causa dell’alto numero di persone che hanno perso uno o entrambi gli occhi durante le proteste.
Il blackout informatico e il silenzio forzato
Mentre la repressione si intensifica, le autorità iraniane avrebbero imposto un ampio blackout di internet. Una misura che, secondo gli attivisti, serve a nascondere la portata della violenza.
L’attivista dell’opposizione Masih Alinejad, residente negli Stati Uniti, ha dichiarato che fonti interne all’Iran le avrebbero riferito che “centinaia di manifestanti sono stati uccisi dalle forze di sicurezza”. Ha aggiunto: “Il regime ha chiuso internet per coprire un massacro”.
Le proteste e la minaccia della pena di morte
Le manifestazioni, inizialmente scoppiate per l’aumento del costo della vita, si sono rapidamente trasformate in un movimento contro il regime che governa l’Iran dal 1979. Nonostante le minacce di pena di morte, migliaia di persone sono tornate in strada a Teheran e nella seconda città più grande del Paese. Si tratta delle proteste più grandi dal 2009, quando un blackout delle comunicazioni precedette l’uccisione di centinaia di oppositori.
Le tensioni con gli Stati Uniti e il ruolo di Donald Trump
Mentre la situazione interna iraniana peggiora, cresce anche la tensione internazionale. Secondo quanto riportato, Donald Trump sarebbe stato informato su possibili opzioni militari.
Il Wall Street Journal ha riferito che diversi obiettivi militari iraniani sarebbero allo studio come potenziali bersagli. Fonti vicine al Pentagono hanno dichiarato che Trump potrebbe autorizzare operazioni segrete della CIA per destabilizzare il regime, oppure dare il via libera a un’azione preventiva da parte di Israele.
Una fonte ha parlato di un possibile attacco su larga scala, mentre un’altra ha precisato che non è stata ancora presa alcuna decisione definitiva e che nessuna risorsa militare statunitense è stata dispiegata.
Le minacce del Parlamento iraniano
La risposta iraniana non si è fatta attendere. In diretta televisiva, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf ha gridato “Morte all’America”, avvertendo che Stati Uniti e Israele sarebbero “obiettivi legittimi” in caso di attacchi militari.
Le parole di Trump e l’avvertimento di Washington
Trump aveva già lanciato avvertimenti chiari in passato, invitando le autorità iraniane a non usare forza letale contro i manifestanti.
In un messaggio pubblicato sui social, ha scritto: “L’Iran sta guardando alla LIBERTÀ, forse come mai prima d’ora”. E ha aggiunto: “Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!”.
In precedenza, Trump aveva dichiarato: “Se iniziano a uccidere persone come in passato, interverremo. Li colpiremo molto duramente dove fa più male”.
Il Dipartimento di Stato ha ribadito: “Non giocate con il presidente Trump. Quando dice che farà qualcosa, lo intende davvero”.
Fonte: The Sun.






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