Qualche sera fa, mentre alcuni bombardieri statunitensi erano già in volo, il piano di volo indicava Sigonella come scalo intermedio verso il Medio Oriente. Nessuno aveva chiesto autorizzazione all’Italia. Nessuno aveva consultato i vertici militari italiani.

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano ha saputo dell’operazione dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica solo quando i velivoli erano già in aria e ha chiamato il ministro Guido Crosetto. La risposta è arrivata nel giro di poco: quegli aerei non potevano atterrare. La notizia, tenuta riservata per qualche giorno, è diventata pubblica oggi, 31 marzo.

Cos’è il BIA e perché nessuno lo ha mai letto

Il Bilateral Infrastructure Agreement — BIA — è l’accordo bilaterale italo-americano sulle infrastrutture, stipulato il 20 ottobre 1954. Regola le modalità per l’utilizzo delle basi concesse in uso alle forze USA sul territorio nazionale ed è generalmente conosciuto come “Accordo ombrello“. In conformità al BIA sono stati approvati nel corso degli anni vari memorandum d’intesa tecnici e locali per regolamentare diversi aspetti connessi all’uso delle singole basi.

Il testo integrale non è mai stato pubblicato. Il trattato ha una elevata classifica di segretezza e non può essere declassificato unilateralmente, poiché il regime è stato stabilito di comune accordo dai due governi. Nel 2003, l’allora ministro della Difesa Antonio Martino confermò davanti al Parlamento l’esistenza di questa clausola, riconoscendo che il documento non era accessibile nemmeno in forma parziale senza accordo bilaterale. L’ultimo aggiornamento organico risale al 1995, con un Memorandum d’intesa che ha integrato le disposizioni originarie senza modificarne l’impianto generale.

Il risultato pratico di questa architettura è un sistema a doppio binario. I comandanti delle basi sono militari italiani ma non hanno poteri di controllo sostanziale sulle attività poste in essere dagli Stati Uniti, poiché si limitano a decidere in materia di numero dei voli, orari dei voli e responsabilità di assistenza al traffico aereo. Il controllo di carattere militare sul personale, l’equipaggiamento e i tipi di attività ricadono nella competenza del comandante statunitense.

Detto in modo più diretto: il comandante italiano gestisce la base come infrastruttura, mentre il comandante americano gestisce le operazioni che vi si svolgono. Una distinzione che funziona senza attriti quando i voli sono logistici o di sorveglianza — categorie già comprese negli accordi tecnici — ma che genera frizione non appena i velivoli cambiano natura operativa.

Cos’è successo a Sigonella la sera del diniego

La decisione è stata presa dal ministro Crosetto dopo che i velivoli avevano inserito lo scalo siciliano nel proprio piano di volo senza aver prima richiesto il necessario via libera alle autorità italiane. La comunicazione è arrivata solo quando gli aerei erano già in volo, aggirando di fatto il passaggio formale previsto dagli accordi bilaterali.

Le prime verifiche hanno confermato che quei velivoli non rientravano nella categoria dei voli normali o logistici. I velivoli risultavano inoltre soggetti a “caveat“, cioè a limitazioni operative che impediscono l’utilizzo di basi alleate al di fuori di condizioni ben definite, salvo emergenze. Un vincolo che avrebbe reso di fatto impraticabile un’autorizzazione concessa a posteriori. Portolano ha informato il Comando USA della decisione: nessun atterraggio a Sigonella.

Il tipo di velivoli coinvolti non è stato confermato ufficialmente. La richiesta USA riguardava l‘atterraggio di bombardieri, che non è previsto dai trattati. Per quel tipo di autorizzazione la richiesta avrebbe dovuto passare per il Parlamento, quindi con tempistiche diverse.

La posizione di Crosetto: nessuna rottura, solo regole da rispettare

Il ministro della Difesa ha scelto di comunicare la vicenda con toni volutamente depotenziati. Su X ha respinto le ricostruzioni secondo cui l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli asset americani, definendo quella lettura “semplicemente falsa”. Le basi, ha precisato, sono attive, in uso, e nulla è cambiato nella sostanza della cooperazione bilaterale.

La linea di Crosetto si articola su un argomento giuridico preciso: gli accordi internazionali distinguono con chiarezza ciò che richiede una specifica autorizzazione del governo — per la quale si è deciso di coinvolgere sempre il Parlamento — da ciò che è invece tecnicamente autorizzato perché già ricompreso nelle intese. Non esiste una zona grigia: o un’operazione rientra nei trattati, o deve essere esplicitamente approvata. Su questo il ministro è stato netto: un governo che rispetta gli accordi non ha margine di discrezionalità politica in senso contrario. Terzium non datur, ha scritto testualmente.

Quanto al rapporto con Washington, Crosetto ha escluso qualsiasi raffreddamento, rilevando che gli Stati Uniti conoscono le regole che disciplinano la loro presenza in Italia dal 1954 tanto quanto le conosce il governo italiano. Palazzo Chigi ha confermato la stessa linea in una nota ufficiale, ribadendo che l’Italia agisce nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti e degli indirizzi espressi dal governo alle Camere, senza modifiche e senza frizioni con i partner internazionali.

Sigonella nella piana di Catania: una base che vale quanto una flotta

Per capire perché questa base sia al centro di ogni crisi mediterranea degli ultimi settant’anni, basta guardare cosa ospita. La Naval Air Station Sigonella è il principale hub dell’Aviazione di Marina statunitense nel Mediterraneo e un centro logistico chiave di supporto alla Sesta Flotta americana. Ospita droni RQ-4 Global Hawk per intelligence, sorveglianza e ricognizione, e droni Reaper per missioni di sorveglianza e attacco.

L’Italia ospita ufficialmente almeno otto basi americane, una delle più dense concentrazioni di strutture militari straniere in un Paese europeo. Sono frutto degli accordi bilaterali siglati a partire dagli anni Cinquanta, quando l’Italia, in cambio di aiuti per la ricostruzione, ha concesso l’uso di queste infrastrutture. Tra le principali figurano Aviano in Friuli, Camp Darby a Livorno e la stessa Sigonella — ciascuna con una funzione operativa distinta nel sistema di proiezione militare americana nel Mediterraneo e oltre.

Dall’inizio del conflitto in Iran, il traffico da Sigonella si è intensificato. Droni e aerei spia decollano regolarmente per missioni di sorveglianza. Questi voli rientrano nelle autorizzazioni tecniche già previste dagli accordi. Il diniego del 31 marzo riguarda invece un tipo di operazione diverso — bombardieri con “caveat” destinati a missioni offensive — che il quadro giuridico esistente non copre automaticamente.

Il precedente del 1985: quando Craxi bloccò Reagan sulla stessa pista

La piana di Catania ha già visto uno scontro diretto tra Roma e Washington. La crisi di Sigonella del 1985 fu un caso diplomatico tra Italia e Stati Uniti che rischiò di sfociare in uno scontro armato tra la Vigilanza Aeronautica Militare e i Carabinieri da una parte e i militari della Delta Force dall’altra, all’indomani di una rottura politica tra il presidente del Consiglio Bettino Craxi e il presidente Ronald Reagan circa la sorte dei miliziani palestinesi che avevano sequestrato la nave da crociera Achille Lauro.

Allora la dinamica fu speculare: gli Stati Uniti avevano fatto atterrare l’aereo con i terroristi a Sigonella senza informare preventivamente il governo italiano, e la Delta Force aveva circondato il velivolo con le armi spianate. Craxi non cedette. I carabinieri circondarono gli americani. Reagan telefonò nel cuore della notte. La risposta di Craxi rimase quella: i reati erano stati commessi su una nave italiana, la giurisdizione spettava all’Italia. Alla fine, fu Washington a ordinare il ritiro dei propri uomini.

La vicenda ebbe pesanti ripercussioni sul piano interno, con la crisi di governo e le dimissioni dei ministri del PRI. Solo dodici giorni più tardi, a New York, un incontro tra Craxi e Reagan contribuì a ricomporre lo strappo diplomatico.

La Spagna come specchio: cosa fanno gli altri alleati

Il confronto con Madrid è utile per capire i margini reali di manovra. La Spagna ha rifiutato ogni supporto all’offensiva di USA e Israele, disponendo il divieto all’utilizzo delle basi di Rota e Moron non solo ai velivoli impegnati nei bombardamenti ma anche a quelli di supporto. Una posizione molto più netta, sostenuta dal premier Pedro Sanchez con motivazioni politiche esplicite sulla legalità del conflitto. La risposta della Casa Bianca è stata di irritazione, con accenni a possibili ritorsioni economiche.

L’Italia ha scelto un percorso diverso: non una dichiarazione politica sull’operazione in Iran, ma l’applicazione rigorosa di un meccanismo procedurale. Niente autorizzazione senza richiesta formale preventiva, niente richiesta preventiva, niente atterraggio. Una distinzione sottile nella forma, ma che consente a Roma di mantenere la relazione bilaterale con Washington senza esporsi a una rottura frontale.

Il tema resta aperto. Se gli Stati Uniti dovessero presentare una richiesta formale per l’utilizzo di Sigonella in operazioni offensive, il dossier passerebbe al Parlamento italiano, come Crosetto ha già annunciato. A quel punto la decisione non sarebbe più tecnica, ma politica.