Volkswagen ha comunicato oggi, martedì 10 marzo, agli azionisti che entro il 2030 taglierà 50.000 posti di lavoro in Germania, distribuiti tra tutti i marchi del gruppo, da Audi a Porsche.
L’annuncio arriva insieme ai risultati annuali 2025, che mostrano un utile netto sceso a 6,9 miliardi di euro, il dato più basso dall’anno del Dieselgate — quando la manipolazione dei test sulle emissioni dei motori diesel costò al gruppo miliardi di euro in sanzioni e risarcimenti in tutto il mondo.
Chiunque possieda un’auto del gruppo — e in Europa sono milioni, considerando che sotto il cappello di Wolfsburg rientrano anche Seat, Škoda, Lamborghini e Bentley, oltre ai tre marchi più noti — si trova di fronte a un’azienda in fase di trasformazione radicale, con conseguenze che si estendono dalla catena di fornitura ai fornitori locali fino ai prezzi dei futuri modelli.
Quanto ha perso Volkswagen nel 2025
L’utile operativo del gruppo è crollato del 53% rispetto al 2024, passando da 19,1 miliardi a 8,9 miliardi di euro. L’utile netto si è attestato a 6,9 miliardi, in calo del 44,3% rispetto all’anno precedente, con un margine operativo del 2,8% contro il 5,9% registrato nel 2024. Tra le voci che hanno pesato maggiormente sul bilancio figurano 9 miliardi di euro di oneri aggiuntivi, di cui 5 miliardi legati alla revisione della strategia elettrica di Porsche.
Il costruttore della 911 aveva investito massicciamente nell’elettrificazione, per poi ridimensionare quei piani davanti a una domanda di mercato inferiore alle previsioni. Il fatturato del gruppo si è mantenuto sostanzialmente stabile a 321,9 miliardi di euro (-0,8% rispetto al 2024). Nel 2025 il gruppo ha venduto 9 milioni di veicoli, con un aumento del 5% in Europa e del 10% in Sudamerica, dati che hanno compensato parzialmente i cali registrati in Nord America e Cina. Il paradosso è evidente: Volkswagen vende quasi quanto l’anno precedente, ma guadagna molto meno. Il problema non è il volume di auto prodotte, ma i costi che ne gravano la redditività.
Tre fattori che spiegano la crisi
I dazi USA al 25%
Secondo gli analisti di RBC Capital Markets, le previsioni per il 2026 incorporano già 3 miliardi di euro di impatto tariffario, assumendo un livello di dazi verso il Messico pari al 27,5%. Volkswagen produce parte dei suoi veicoli destinati al mercato nordamericano in Messico, e i dazi introdotti dall’amministrazione Trump rendono quella catena produttiva meno conveniente.
La Cina non è più il mercato di prima
Nel 2025 il gruppo ha segnato un calo del 6% nelle vendite in Cina, mercato che per anni ha rappresentato la principale fonte di profitto del gruppo. La crescita dei produttori locali — da BYD a SAIC — ha eroso sistematicamente le quote dei marchi europei, mentre i costruttori cinesi hanno avviato una penetrazione nel mercato europeo su cui Volkswagen è più esposta rispetto ai competitor.
Il costo della transizione elettrica
Ridurre la dipendenza dai motori a combustione richiede investimenti ingenti in piattaforme, software e batterie. Più case automobilistiche hanno già rivisto al ribasso i piani aggressivi di lancio di modelli elettrici, dopo che la domanda si è rivelata inferiore alle attese. Il CEO Oliver Blume ha dichiarato che il gruppo ha ridotto i costi del 20% nei tre principali stabilimenti in Germania, ma che i costi in Europa restano ancora troppo elevati rispetto alla concorrenza cinese.
I 50.000 tagli: chi sono e dove lavorano
Blume ha confermato l’obiettivo di tagliare 50.000 posti al 2030, inclusi 35.000 in capo al marchio Volkswagen, con una riduzione della capacità produttiva di 700.000 auto.
Oltre ai 35.000 già pianificati alla fine del 2024 per il marchio Volkswagen, i nuovi tagli riguarderanno anche Audi, Porsche e la filiale software Cariad. Quest’ultima è la divisione che sviluppa i sistemi digitali di bordo per l’intero gruppo e ha già subito revisioni significative dopo problemi ricorrenti nello sviluppo software.
L’accordo con i sindacati siglato nel dicembre 2024 aveva già previsto che i tagli avvenissero in modo “socialmente accettabile”, con risparmi stimati in circa 1,5 miliardi di euro all’anno sul costo del lavoro, escludendo licenziamenti per motivi operativi e puntando su pensionamenti anticipati e incentivi all’uscita.
A giugno 2025, il responsabile del personale Gunnar Kilian aveva comunicato che circa 20.000 uscite erano già “previste contrattualmente”, con incentivi che, secondo Bild, possono arrivare fino a 400.000 euro in base all’anzianità.
Il piano del 10 marzo amplia quel perimetro, estendendo i tagli a marchi che fino a pochi mesi fa sembravano relativamente al riparo dalla ristrutturazione.
Cosa dicono i vertici del gruppo
Nella lettera agli azionisti allegata al bilancio 2025, Oliver Blume scrive: “Operiamo in un ambiente radicalmente diverso”, aggiungendo che “in totale, circa 50.000 posti di lavoro sono destinati a essere eliminati entro il 2030 in tutto il Gruppo Volkswagen in Germania”.
Il direttore finanziario Arno Antlitz ha avvertito che il margine di profitto del gruppo “non è sufficiente nel lungo periodo” e che ulteriori riduzioni dei costi sono indispensabili: “Possiamo realizzarlo solo se continuiamo a ridurre rigorosamente i costi”.
Antlitz ha precisato che, al netto delle svalutazioni e dei dazi USA, il risultato operativo sarebbe stato di 17,7 miliardi di euro, con una redditività del 5,5%, un dato che avrebbe raccontato una storia diversa, ma che non corrisponde alla realtà consolidata nei conti ufficiali.
Le previsioni per il 2026
Per l’anno in corso Volkswagen stima un incremento del fatturato tra lo 0 e il +3%, un margine operativo tra il 4% e il 5,5% e un flusso di cassa netto tra i 3 e i 6 miliardi di euro. Entro il 2027 è previsto il lancio di oltre 30 nuovi modelli tra i vari marchi del gruppo.
Le previsioni, comunque, restano al di sotto delle aspettative del consenso degli analisti, che stimavano un margine del 5,1% e un flusso di cassa libero di 5,4 miliardi di euro per il settore auto.






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