L’intelligenza artificiale sta sostituendo le relazioni umane tra i giovanissimi, anche in Sicilia. Non si tratta più solo di usare la tecnologia per gioco o per i compiti scolastici: gli under 15 si confidano con i software, cercano affetto e costruiscono legami emotivi con assistenti virtuali programmati per rispondere a comando.
Il fenomeno emerge chiaramente da “Cuori e algoritmi”, la nuova indagine nazionale condotta dal centro studi di Fondazione Carolina. I dati mostrano come i chatbot emotivi stiano occupando lo spazio tradizionalmente riservato all’amico del cuore o al rapporto con i genitori. Una tendenza che nell’Isola si allinea perfettamente con la media del resto d’Italia.
Perché i robot piacciono così tanto ai ragazzi?
La ricerca ha scavato tra i motivi che spingono i preadolescenti a rifugiarsi dietro a uno schermo per cercare risposte affettive. I chatbot piacciono perché offrono una totale illusione di comfort:
- Libertà di espressione: i giovani sentono di poter dire qualsiasi cosa senza filtri.
- Disponibilità perenne: c’è sempre qualcuno pronto a rispondere a qualunque ora del giorno o della notte.
- Ascolto e assenza di giudizio: i ragazzi si sentono protetti e mai criticati.
- Scambio affettivo artificiale: i software sono ormai talmente sofisticati da simulare l’empatia, dando e ricevendo affetto in modo personalizzato grazie a una memoria che si adatta all’utente.
In pratica, le macchine colmano un vuoto, dando ai giovani ciò che spesso non riescono più a trovare nella società o nel mondo adulto.
L’allarme in Sicilia: “Confessano le loro paure a dei comandi matematici”
“Uno dei miti da sfatare è che i giovani non parlano”, spiega Cetty Mannino, referente in Sicilia per Fondazione Carolina. “Purtroppo si affidano, spesso inconsapevolmente, a delle macchine per confessare le loro paure e preoccupazioni. I chatbot in pratica sono diventati i loro confidenti e il danno a livello psicologico è preoccupante”.
Il vero pericolo sta nell’inganno emotivo: i ragazzi tendono a umanizzare lo strumento, dimenticando la vera natura del software. “Non dobbiamo dimenticare, infatti, che sono degli algoritmi che eseguono dei comandi”, avverte Mannino.
Serve un’educazione emotiva dai “tempi lenti”
Con sistemi tecnologici sempre più affinati, capaci di risposte del tutto sovrapponibili a quelle umane, il rischio di isolamento e di dipendenza è dietro l’angolo. Un problema che si somma alle piaghe già note del digitale, come il cyberbullismo.
“Il fenomeno deve essere subito attenzionato attraverso l’educazione digitale ed emotiva, portata avanti non solo nelle scuole”, conclude Cetty Mannino. “È chiaro che siamo in una società del tutto e subito, siamo fast dal cibo alla moda. Bisogna quindi innanzitutto comprendere che le emozioni e le relazioni non possono essere affidate a dei robot e devono avere dei tempi lenti”.
L’obiettivo di Fondazione Carolina resta quello di ristabilire un benessere digitale immediato, accompagnando i più giovani a sviluppare un pensiero critico che permetta loro di essere soggetti attivi della tecnologia, e non vittime passive di un algoritmo.



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