Il verdetto del Tribunale arriva nel cuore della notte ed è pesantissimo. Francesco Ficano è stato condannato a 10 anni di reclusione per i reati di disastro ambientale e incendio boschivo, entrambi riconosciuti come dolosi. La decisione è giunta dopo una camera di consiglio del collegio presieduto da Bruno Fasciana durata più di nove ore, a conferma della complessità e della gravità dei fatti contestati.

La devastazione della riserva e le indagini

Ficano era imputato per avere appiccato le fiamme il 24 luglio 2023 nella riserva naturale di Capo Gallo. Il bilancio di quella giornata fu drammatico: seicentocinquanta ettari di vegetazione in fumo, abitazioni distrutte, intere famiglie costrette a scappare dalle fiamme nel cuore della notte e una nube di diossina che appestò l’aria per giorni. Furono i carabinieri della compagnia San Lorenzo ad arrestare l’uomo, ritenuto colpevole per uno degli incendi più distruttivi degli ultimi anni nel territorio palermitano.

Le telecamere e i precedenti dell’imputato

Le indagini si sono concentrate sui movimenti dell’uomo, che abitava in un residence in via Tolomeo. Le immagini delle telecamere di sorveglianza lo ripresero mentre usciva in sella a uno scooter Piaggio. Nella vita dell’uomo c’era già un precedente specifico: nel 2017 aveva patteggiato una condanna per danneggiamento a seguito di incendio, violenza privata e reati in materia di armi ed esplosivi, dopo aver lanciato bottiglie molotov contro un edificio occupato abusivamente a Mondello.

Le ammissioni e la tesi della Procura

“Per sbaglio ho buttato la sigaretta e con il caldo ha preso fuoco tutta la montagna”, scriveva Ficano a un amico, tentando inizialmente di derubricare l’accaduto a una fatalità. Tuttavia, secondo il pubblico ministero Eugenio Faletra, l’azione del piromane sarebbe stata assolutamente intenzionale: dai video si intuiva infatti che l’indagato fosse uscito di casa con una bottiglia di liquido infiammabile nascosta in un sacchetto di plastica. Durante un colloquio in carcere, Ficano confessò di fatto le proprie responsabilità dicendo “Sono stato io”, pur negando l’uso di acceleranti.

I tentativi di inquinamento probatorio e il ricorso

Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe pure cercato di convincere alcuni testimoni a fornire “versioni di comodo” e a “cancellare la chat di WhatsApp”, ipotizzando persino di accusare alcuni ragazzi visti sul posto. I carabinieri di una task force giunta da Roma non trovarono inneschi nel terreno incolto nei pressi di via del Semaforo, punto di partenza del rogo, ma il video che ritrae l’uomo per 27 secondi fuori dall’inquadratura è stato ritenuto un elemento chiave. I difensori, gli avvocati Vincenzo ed Emanuele Zummo, attendono ora le motivazioni per presentare appello, sostenendo la tesi dell’atteggiamento imprudente e non doloso.

Il risarcimento per le abitazioni distrutte

Oltre alla pena detentiva, il Tribunale ha condannato l’imputato a risarcire tre parti civili che videro le proprie case rase al suolo dal fuoco. I proprietari degli immobili distrutti sono stati assistiti nel processo dagli avvocati Alessandro Martorana e Claudia Brucato. La sentenza mette un primo punto fermo su una vicenda che ha segnato profondamente la comunità e il patrimonio ambientale della costa siciliana.