La bara con le spoglie mortali di Bruno Contrada è stata accolta nella chiesa di San Tommaso d’Aquino, nel quartiere Passo di Rigano a Palermo, da un picchetto d’onore di una polizia privata. Nessuna esequia solenne per l’ex numero tre dei servizi segreti civili, ma un segnale chiaro da parte della famiglia: non accettare quella che per anni hanno definito una damnatio memoriae nei confronti dell’ex alto funzionario dello Stato.
Il corteo funebre è partito dall’abitazione dell’ex dirigente per raggiungere la chiesa del quartiere palermitano. Alla cerimonia hanno partecipato soltanto i familiari e pochi amici stretti. Accanto alla bara sono stati esposti due simboli della sua carriera: l’elmetto dei bersaglieri e il cappello della Polizia di Stato, a ricordare un percorso professionale che attraversa alcune delle stagioni più drammatiche della storia italiana.
Nessun rappresentante delle istituzioni o delle forze dell’ordine attualmente in servizio ha preso parte alle esequie. Un’assenza che molti hanno letto come il segno di una vicenda ancora divisiva, capace di lasciare tracce profonde nella memoria pubblica e negli apparati dello Stato.
Gli anni della guerra di mafia
Per comprendere la figura di Contrada bisogna tornare alla Palermo tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, quando la città era attraversata dalla seconda guerra di mafia, lo scontro sanguinoso che portò all’ascesa del gruppo corleonese guidato da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.
Fu una stagione di violenza senza precedenti: centinaia di omicidi tra clan rivali e una lunga scia di delitti eccellenti che colpì magistrati, investigatori, politici e giornalisti. In quegli anni vennero assassinati, tra gli altri, il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il prefetto di Palermo e generale dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, e il capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano. La città viveva in uno stato di guerra sotterranea. Le indagini antimafia si muovevano in un clima di isolamento istituzionale e di forte pressione criminale, mentre lo Stato cercava di riorganizzare i propri apparati investigativi e di intelligence.
L’investigatore e il passaggio ai servizi
È in questo contesto che Bruno Contrada costruisce la sua reputazione di investigatore. Funzionario della Polizia di Stato, lavorò a lungo a Palermo occupandosi di indagini sulla criminalità organizzata e sui traffici internazionali di droga. Per molti anni fu considerato uno degli uomini più esperti della polizia palermitana, impegnato in prima linea nel contrasto alle cosche.
Nel 1982 passò ai servizi segreti civili, il SISDE, nel momento in cui lo Stato stava rafforzando la struttura dell’intelligence interna dopo gli anni del terrorismo e della violenza mafiosa. All’interno del servizio arrivò a ricoprire incarichi di vertice fino a diventare uno dei principali dirigenti dell’apparato. con l’incarico di coordinarne i centri della Sicilia e della Sardegna. Nel settembre del 1982 viene nominato dal prefetto Emanuele De Francesco Capo di Gabinetto dell’Alto Commissario per la lotta contro la mafia, incarico che ricopre fino al dicembre del 1985; Nel 1986 fu chiamato a Roma presso il Reparto Operativo della Direzione dei servizi segreti civili.
La sua carriera subì una svolta drammatica alla vigilia del Natale del 1992. In piena stagione delle rivelazioni dei collaboratori di giustizia, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, Contrada venne arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’accusa avrebbe favorito Cosa nostra rivelando informazioni riservate e intervenendo per attenuare attività investigative.
Dopo un lungo percorso giudiziario arrivò la condanna definitiva a dieci anni di reclusione. Ma la vicenda non si concluse con quella sentenza. Nel 2015 intervenne la Corte europea dei diritti dell’uomo, stabilendo che la condanna aveva violato il principio di legalità perché, all’epoca dei fatti contestati – tra gli anni Settanta e Ottanta – il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era definito in modo sufficientemente chiaro nella giurisprudenza italiana.
A seguito di quella decisione, la Corte di Cassazione annullò la condanna dichiarandone l’ineseguibilità. Contrada venne radiato dalla polizia ma ottenne anche un risarcimento per ingiusta detenzione. Una vicenda che ha continuato a dividere l’opinione pubblica tra chi lo considera un servitore dello Stato travolto da accuse tardive e chi invece vede nella sua storia uno dei capitoli più controversi del rapporto tra apparati statali e mafia.
Dopo la cerimonia religiosa, la salma di Contrada è stata traslata al cimitero dei Rotoli di Palermo, dove si è concluso in forma strettamente privata l’ultimo saluto all’ex dirigente dei servizi segreti.






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