“For Freedom”, alla Fondazione Federico II di Palermo è in scena la mostra di Steve McCurry, il più celebre fotografo al mondo di reportage antropologico. La mostra è stata inaugurata nei giorni scorsi e resterà aperta fino al 17 luglio di quest’anno. La mostra è La narrazione fotografica di un dramma in pieno svolgimento attraverso 49 immagini. McCurry da quarant’anni racconta l’Afghanistan «testimoniando le donne afghane tra violenze, miserie, speranze».

Oltre la mostra, la zone del Palazzo Reale è ricca di simboli che riportano all’evento: un gigantesco cerchio di color fucsia campeggia sul prospetto del palazzo reale. Quel cerchio simboleggia e rivendica l’uguaglianza.  A Piazza del Parlamento rimbombano i versi dell’attivista afghana Meena, trucidata nel 1987, così come il ritmo della rapper Sonita Alizadeh, che dà voce alla sofferenza delle spose in vendita.

For Freedom, dal Palazzo Reale di Palermo un grido di denuncia sulla condizione delle donne afgane

Per raccontare il senso di questa iniziativa, Casa Minutella ha incontrato Patrizia Monterosso, direttore della Fondazione Federico II. “For Freedom”, è un’autentica mostra-denuncia che “inchioda” a riflettere sulla condizione sociale delle donne in Afghanistan, nuovamente “ingabbiate” col ritorno dei talebani.

“L’urlo di denuncia è stato lanciato dal Palazzo Reale di Palermo, emblema della spiritualità e della convivenza tra popoli, da sempre punto d’incontro tra Oriente e Occidente”, spiega Monterosso.  Con il ritiro dopo venti anni del contigente statunitense, il governo afgano si è liquefatto in pochi giorni e i talebani sono tornati al potere. “Da agosto in Afghanistan le donne hanno perso ogni identità -spiega il direttore della Fondazione – le donne non hanno neanche il bene di mantenere il proprio nome ed essere chiamata col proprio nome”.

Monterosso, “McCurry racconta un volto che è stato vietato al mondo”

La mostra For Freedom è un grido d’allarme ma è anche un tributo. E’ un monito, dunque, per ricordare cosa accade in quel paese, dove oggi -spiega Monterosso – “220 donne giudici, che durante la loro professione hanno condannato uomini per stupri, femminicidi e per violenze, oggi sono ricercate speciali”. E’ un tributo anche “per tutte quelle bambine e quelle donne che non possono accedere all’istruzione né come insegnanti né come discenti. Per tutte quelle donne che già a 10 anni sono vendute, per quelle bambine per cui esiste un prezzo di vendita”.

“Questo è la mostra una narrazione che crea mette il dito sulla piaga sui vent’anni di speranze del mondo femminile in Afghanistan”, continua Monterosso. E’ la storia delle speranze delle bambine e delle donne che speravano in un futuro di diritti e  libertà: “oggi lo dobbiamo percepire come un mondo che non esiste più.”

E’ come se il volto delle donne in Afghanistan sia diventato “un volto che è vietato da vedere al mondo”. L’Afghanistan “ha annullato l’altra parte dell’universo”. “La mostra di Kerry – conclude Monterosso – è una mostra non iconica sulla bellezza, è una narrazione senza veli in un mondo dove le parole libertà e diritti sono imprigionate,  non sono più pronunciabili”.

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