Nuova tappa del viaggio di BlogSicilia fra i candidati alle europee di domenica prossima. Stavolta risponde alle 4 domande che il nostro giornale sta ponendo a tutti quelli che abbiano voglia di presentarsi all’elettorato in maniera fattiva e concreta Pietro Bartolo, candidato del Pd, noto per  la sua attività di medico a Lampedusa e che già una volta aveva rifiutato una candidatura più a sinistra di così ma che stavolta ha deciso di scendere in campo

Trent’anni al poliambulatorio di Lampedusa: cosa vuole portare della sua esperienza, professionale e umana, in Europa?

“Ho un sogno. E lo voglio realizzare. Vorrei che non ci siano più persone da salvare, né navi militari, né navi Ong e nemmeno un Pietro Bartolo sul molo ad attendere. Vorrei che non ci siano più sbarchi: chi rivendica l’umanissimo diritto a spostarsi, a migrare, deve, spero molto presto, poterlo fare in sicurezza, attraverso i corridoi umanitari. L’Europa è nata come comunità di pace e quello deve continuare ad essere. Un continente di pace, con delle regole certe, per cui chi vuole venire qui non debba più attraversare il deserto, restare rinchiuso nei lager libici, affrontare il viaggio della morte in quel mare nostrum che è diventato il cimitero più grande d’Europa come ha ricordato, l’altro giorno, anche il Papa”. 

Se eletto, quali sono le azioni concrete che intende portare avanti al Parlamento europeo per lo sviluppo e il lavoro in Sicilia?

“Ecco, parlare di migranti, come qualcuno vorrebbe far credere, non significa affatto non affrontare i problemi di casa propria. Al contrario, esiste un fenomeno migratorio che va arginato: è quello delle nostre menti migliori, dei nostri giovani che qui non trovano lavoro e che sono costretti a emigrare. È a loro che dobbiamo rivolgere, in Italia e in Europa, le nostre energie, per creare condizioni di sviluppo reale, attraverso i fondi comunitari, attraverso i tanti strumenti che l’Europa mette a disposizione, ma che l’Italia – e soprattutto la Sicilia – non sono in grado di sfruttare”.

In sintesi serve più Europa o meno Europa per superare la conflittualità fra paesi Ue? Troppe differenze frenano lo sviluppo o sono i nazionalismi a frenarlo? In concreto come si esce da questo dualismo che i cittadini non capiscono e come si fa capire loro cosa è veramente l’Europa e a cosa ci serve?

“Sgomberiamo il campo da un equivoco. La presenza delle istituzioni europee è stata una conquista di grande valore. E l’Europa, come si dice con termine generale, non è stata un nemico come taluni vogliono far credere ingannando gli elettori. Siamo tutti cittadini europei, come dicono i Trattati, e giriamo liberamente senza passaporto. Vuol dire qualcosa, no? Ci sono state tante conquiste, anche in termini di difesa dei diritti. Ma non basta. Bisogna convertire l’Ue verso una più intensa azione sociale. Per farlo ecco l’equivoco da spazzare via: in Ue le decisioni sono in mano non tanto al parlamento quanto ai governi che siedono nel Consiglio dei ministri e nel Consiglio europeo. Le faccio un solo esempio: se non si riesce a decidere su come regolarsi con l’immigrazione non c’entra niente la Commissione e né il Parlamento. Sono i capi di Stato e di governo, e dunque anche il governo italiano, che non hanno saputo affrontare il problema e risolverlo. Sono loro che hanno il potere di farlo in questa materia”.

Parimenti quali azioni ritiene siano i fondamentali, nel concreto, per sostenere l’agricoltura superando le oggettive difficoltà dovute all’enorme mole di truffe nel settore e intervenendo per arginare le infiltrazioni mafiose?

“Il sistema di controllo, sia regionale che nazionale, deve essere potenziato. Ma non è sufficiente. È necessario che i criteri di accesso al Programma di sviluppo rurale siano più selettivi, che siano inserite delle premialità per le aziende che sono in regola. Vede, la lotta alla mafia è compito dei governi nazionali. E i lavoratori della terra in Sicilia sanno bene di quanto sangue sono stati bagnati i loro percorsi. Guardi che l’Unione investe e destina milioni e milioni di euro per il sostegno agricolo, anche in Italia e in Sicilia. Basta chiedere agli operatori del settore. Ovviamente, come in tutti i campi, si devono migliorare gli interventi e potenziare i controlli. E questo è anche un lavoro che si deve fare in Europa”.

Ritiene che l’attuale politica di convergenza sia stata adeguata? Come intende operare per il mantenimento dei livelli di contribuzione europea e per l’infrastrutturazione dell’isola, la continuità territoriale, il riconoscimento delle condizioni di svantaggio oltre l’obiettivo convergenza e in particolare con riferimento all’insularità? O ritiene siano altre le strade da perseguire?

“Io provengo da un’isola piccolissima e conosco bene i disagi legati alla condizione di insularità. È necessario che l’Europa riconosca i disagi che provengono da quella condizione, e consenta alle tantissime isole comunitarie di superarli. Dalla fiscalità di vantaggio alle tariffe agevolate, fino all’infrastrutturazione, sia tecnologica che strutturale, attraverso i Fondi di sviluppo e coesione. La condizione di insularità non deve essere una condanna per chi la vive, ma una risorsa, che la politica deve valorizzare. Le do un dato significativo. L’Ue ha dato all’Italia come risorse per le zone in carenza di sviluppo 34 miliardi di euro dal 2014 al 2020. Ecco: ci sono un miliardo e mezzo non spesi e a rischio perdita se non saranno utilizzati. Per restare in Sicilia c’è un allarme rosso perché oltre 500 milioni stanno per volar via non utilizzati. Le dico di più: per la prossima programmazione settennale l’Ue ha previsto per l’Italia 38 miliardi, quattro in più. E sa perché? Perché l’Italia sta regredendo e alle cinque regioni che già usufruivano dei Fondi adesso si sono aggiunte Sardegna e Molise. Sembra un paradosso. Ci daranno più fondi perché diventiamo meno ricchi. Chiaro”?