Giovanni Pizzo
Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio
Il rimpasto siciliano sembra quasi il cavaliere inesistente
di Italo Calvino. Si è cominciato a parlare di rimpasto già a settembre 2023,
era successo il caso Cannes, concluso frettolosamente con un’inversione di
assessorati che poi non ha dato i risultati sperati. Poi ci furono gli esodi
dalla lista di Cateno De Luca, le rimostranze di Lombardo per essere stato
sotto considerato, nonostante risultati pari ad altri, gli appetiti crescenti
in DC e Lega che facevano proseliti a cui promettere un posto al sole, l’insoddisfazione
degli aderenti a FI, cresciuta soprattutto in seguito al lavoro richiesto alle
europee. Finora tutto il malmostìo, l’insoddisfazione, le aspettative, le promesse non mantenute,
erano state calmate con il gaviscon delle finanziarie, un tot a deputato, buono
per la sopravvivenza elettorale, ma non
per la crescita delle proprie truppe e consenso. Coloro che avevano i famosi
strumenti, assessorati e sottogoverni importanti, erano i soliti noti, i quali
si sono incistati come una calcolosi renale a Palazzo D’Orleans. Questo ha
molto limitato sia l’azione di governo, essendo condivisa solo a parole, sia la
crescita eventuale del centrodestra. Il quale è diventato un club di
maggiorenti, più che di maggioranza, esclusivo e non inclusivo. La scialuppa della
sopravvivenza politica si è riempita, e non ci sono viveri per imbarcare altri.
Il caso De Luca, un po’ dentro un po’ fuori è stato paradigmatico, e concluso
con l’anticipazione del voto messinese che mette fortemente in crisi più il
centrodestra che il centrosinistra tafazziano dello Stretto. Messina non è
Rocca Valdina, è una delle non tante città metropolitane italiane, ed è un
test, per quanto particolare, di valenza regionale. Oggi il rimpasto è definito
più come una chimera, rinviato di mese in mese, ridotto a interventi di
maquillage istituzionale, appeso alle date dei procedimenti giudiziari sia per
quelli già seduti al governo che per gli eventuali sostituti a cui da tempo
ormai immemore è stata ventilata una poltrona. Inoltre lo sciame sismico
giudiziario non è affatto concluso, e la nuova indagine su Salvatore Iacolino
ha le caratteristiche dell’esizialità. Il Dipartimento strategico della Sanità è
la madre di tutti gli interessi ed appetiti, concentrando su di esso la metà ed
oltre della spesa regionale e delle postazioni di potere. Se i magistrati avessero
messo sotto intercettazioni sofisticate il burocrate/politico agrigentino per
un tempo sufficientemente lungo potrebbe venir giù, sempre che ci siano
presupposti giurisdizionali e volontà, il cielo, in considerazione dell’enorme
sfera di relazioni e potere che Iacolino incarnava. Il rischio reale ad un anno
e mezzo dalla scadenza naturale è fare, come si suol dire, le nozze con i fichi
secchi, e con tanti, troppi, indagati, oltre al grado di appassimento di
vigoria politica.
Un politico opinabile, Raffaele Lombardo, ma di certa
esperienza, aveva tempo ormai fa suggerito di non fare un rimpasto, quando tra scosse
di terremoti giudiziari e politici il sistema aveva dato segni di cedimento, ma
di azzerare proprio la giunta, e fare un governo del Presidente, per un
rilancio di maggioranza con cui costruire lo slancio per il prossimo futuro
elettorale. Questo non è accaduto, anche in considerazione del fatto che un governo del genere difficilmente porta poi
ad una rielezione dello stesso apparato, perché si ha la sensazione che se si
togliessero gli attuali puntelli, anche per costruire eventuali futuri
consolidamenti, non c’è certezza di tenuta. Per cui questo rimpasto, che poteva
essere di rilancio, è più temuto che auspicato. Quindi adelante Pedro, con
juicio, ma senza troppa convinzione e quindi forza. Dubitiamo ormai fortemente
che possa avvenire, a meno di non rimettere in gioco anche la casella
principale futura, pertanto ad aprile, forse, se non succede altro, saranno
date esclusivamente le deleghe delle caselle mancanti, con un Cencelli de minimis
indispensabile. Un assessorato ad un esponente,
meglio se esterno, della DC, che si vuole tenere in maggioranza, ma con
la canna, ed uno ad un peones di FI, qualcuno che ci faccia poco o nulla di
bottino elettorale, perché se si desse a qualcuno più forte verrebbe giù il
muro del pianto. Questa ipotesi al minimo non sarebbe certamente un rilancio,
ma non produrrebbe diserzioni, a meno di clamorose sorprese. Bisognerebbe
capire se questa teoria, meramente conservatrice al ribasso e difensiva, ed
anche un po’ inadeguata per i grandi problemi non risolti dell’isola, abbia
fiato per vincere. L’altra volta gli avversari fecero quasi di tutto per
perdere, auto dissolvendosi in tre fronti. Vincere facile non è sempre così
semplice.
Questo contenuto è stato disposto da un utente della community di BlogSicilia, collaboratore, ufficio stampa, giornalista, editor o lettore del nostro giornale. Il responsabile della pubblicazione è esclusivamente il suo autore. Se hai richieste di approfondimento o di rettifica ed ogni altra osservazione su questo contenuto non esitare a contattare la redazione o il nostro community manager.


Commenta con Facebook