A Palermo si torna a sparare. Non colpi isolati, non episodi marginali, ma raffiche di kalashnikov in piena notte contro attività commerciali. È successo ancora una volta a Sferracavallo, dove il ristorante “Il Brigantino” è stato preso di mira con una trentina di colpi, vetrine distrutte e danni evidenti.
Non è un caso isolato. È il terzo episodio in poche settimane, con modalità identiche: auto rubate, uomini incappucciati, azione rapida e fuga. Prima un’autorimessa, poi un autonoleggio in via San Lorenzo, adesso un ristorante simbolo della borgata marinara.
Una sequenza che parla chiaro: non improvvisazione, ma un messaggio preciso. Dietro, secondo gli investigatori, si muovono dinamiche legate al racket e al controllo del territorio.
E proprio per questo clima crescente di tensione, dopo l’ultimo attentato è stato rafforzato il controllo sul territorio, con la presenza delle forze dell’ordine e un presidio nella zona di Sferracavallo, anche nell’area della piazza, per garantire sicurezza e visibilità dello Stato.
La Palermo reale e quella “recitata”
Ma c’è un punto che va detto chiaramente. Questa violenza, per quanto reale e grave, non rappresenta la Palermo reale. È qualcosa di stonato, fuori scala, quasi grottesco rispetto alla vita quotidiana della città.
La Palermo reale è quella delle piccole imprese che sopravvivono a fatica, tra aumenti dei costi, turismo incerto e margini sempre più stretti. È quella dei ristoratori che lavorano dodici ore al giorno per restare aperti, non per diventare bersagli.
In questo contesto, vedere qualcuno che gira e spara con un kalashnikov appare non solo criminale, ma completamente fuori dalla realtà.
Tra intimidazione e spettacolarizzazione
Certo, il messaggio intimidatorio è evidente. Sparare con un’arma da guerra non è mai casuale. È un modo per dire: “possiamo fare questo”. Ma c’è anche un altro elemento, più sottile e inquietante. Questa modalità così plateale, così “cinematografica”, sembra sempre più simile a una rappresentazione. Non solo controllo del territorio, ma ostentazione. Non solo intimidazione, ma spettacolo.
È difficile non pensare all’immaginario costruito negli ultimi anni da serie come Gomorra o Mare Fuori: armi, potere, azioni eclatanti, identità criminale esibita quasi come un ruolo. Solo che qui non siamo su uno schermo. E chi usa un kalashnikov per strada non è un protagonista, ma qualcuno che sta trasformando la violenza in una caricatura. Una forma di criminalità che rischia di scivolare nel mito di sé stessa, più che nella realtà dei fatti.
Una deriva “mitomane”
Per questo viene spontaneo usare una parola forte: mitomania. Perché quando la violenza diventa così esagerata, così fuori contesto, sembra quasi voler imitare un modello più che rispondere a una logica reale.
Non è la vecchia mafia silenziosa e invisibile. È qualcosa di più rumoroso, più esibito, più vicino a un’immagine che a una strategia. E questo la rende, se possibile, ancora più pericolosa: perché oltre a colpire, prova anche a influenzare, a creare paura attraverso lo spettacolo.
La risposta della città
La presenza delle forze dell’ordine a Sferracavallo è un segnale importante. Lo Stato c’è, e si vede. Ma la risposta più forte resta quella sociale. È la distanza netta tra questi atti e la vita quotidiana dei cittadini. È il rifiuto di identificarsi con questa violenza. È la consapevolezza che Palermo non è questo. Perché Palermo non è una sceneggiatura. E chi prova a viverla come se lo fosse, armato di kalashnikov e immaginario da fiction, dimostra soltanto una cosa: di non avere capito nulla della città in cui vive.






Commenta con Facebook