L’Italia naviga a gonfie vele verso una nuova rivoluzione della politica e del modo di farla e pensarla. Dopo decenni durante i quali la politica è sempre stata uguale a se stessa, nell’arco di meno di trent’anni andiamo verso la seconda o terza rivoluzione.

Chi di politica si occupa a tempo pieno ricorda bene la prima di queste rivoluzioni sul fronte della comunicazione. Fu ‘il contratto con gli italiani’ di Silvio Berlusconi. un approccio concreto e diverso fatto da un uomo che veniva dall’imprenditoria di successo, che si era battuto per le televisioni ‘private’ e che aveva costruito un impero e che, grazie a questo modo diretto di comunicare concretezza, vinse la sua sfida e si pose alla guida del Paese senza essere passato dalle ‘Forche Caudine’ di un partito ma facendone uno suo.

Quel contratto con gli italiani fu una idea di Luigi Crespi. Ideatore e curatore di quella geniale stagione di comunicazione politica, Crespi è stato, poi, spin doctor e sondaggista. Oggi si occupa di formazione con la sua ‘Fabbrica dei leader’ che sarà in tour in Sicilia a settembre.

Chi meglio di lui per gettare un occhi sui cambiamenti in corso, sulle trasformazioni che spaventano tanti ma vengono accolte con favore da altre, e soprattutto un occhi sulla disaffezione alla politica e alle urne, a cento giorni o poco meno dalle elezioni regionali che in Sicilia sono certamente un momento di svolta dopo cinque anni di governo ‘alla giornata’.

Crespi, Lei ha lavorato spesso con i Siciliani e mai con un Presidente della Regione. Pensa anche Lei che la Sicilia sia il laboratorio politico italiano? Qui si sperimentano gli scenari futuri nazionali?

“Finché i candidati si comportano in modo differente dai vincitori, sarà difficile vedermi lavorare per un qualsiasi Presidente. La Sicilia è più di un laboratorio nazionale è essa stessa una una nazione. Spesso la Sicilia ha segnato il futuro del nostro paese, ha rappresentato il punto di rottura segnato i cambi epocali. Lo ha fatto nella storia e lo farà anche in questa occasione. La prossima tornata elettorale segnerà la fine di un’epoca e condizionerà in modo inimmaginabile le prossime politiche. È per questo che inizio il mio tour proprio in Sicilia”.

I sondaggi danno avanti il centrodestra unito che però non si unisce. Non pensa Che tutta questa attesa dei Partiti tradizionali tiri la volata ai 5 stelle?

“Virginia Raggi sta trascinando nel baratro i Cinquestelle, ad ogni dichiarazione, ad ogni presa di posizione un pezzo di credibilità del Movimento viene meno. In qualche modo, alla Lunga, questo avrà una ricaduta anche in Sicilia.
Anche in Sicilia I grillini sono tenuti in gioco dall’inettitudine di avversari ridicoli, soprattutto dal Pd di Matteo Renzi che li ha eretti a principale nemico caricandoli così della simpatia speculare che non riesce da sola a compensare la delusione di un “cambiamento solo promesso”. Il punto è che alla prova dei fatti i Cinquestelle si mostrano incapaci di risolvere problemi di cui nessuno li crede responsabili. È poco ma per ora basta. Il resto lo fa Matteo Renzi ed intenzioni. Lui è ormai riconosciuto universalmente come un comunicatore compulsivo che più parla più fa danni”.

Ma a destra non sembra andare meglio nonostante i sondaggi?

“Sul fronte del Centrodestra che avrebbe numeri per affermarsi al prossimo turno elettorale, pesa non tanto la questione della leadership ma complessivamente la credibilità della classe dirigente e una distanza di valori e di programmi. La scelta degli elettori In queste condizioni è legata ad un’idea o ad un partito e non certo alla capacità di coinvolgimento dei leader, si tratta di una residuale appartenenza che sempre di più si caratterizza non per fiducia ma verso “il meno peggio”. La conclusione di questo percorso sarà sempre di più il rifiuto delle urne”.

Insomma, leader vecchi e poco credibili e nessuno ascolta ed interpreta i desideri ed i bisogni dell’elettorato. È la dittatura delle minoranze?

“È un fenomeno internazionale quello che viviamo anche in Italia. L’ossessione propagandistica, l’occupazione ossessiva e compulsiva dei media, l’incapacità di comprendere e misurare gli effetti profondi e a largo raggio di ciò che si comunica non riguarda solo l’Italia. Donald Trump ad esempio sembra gestire la sua comunicazione sotto l’effetto di sostanze psicotrope, sembra di assistere ad uno di quei talent show ad eliminazione diretta, un delirio quotidiano egocetrato e autodistruttivo. Un vero pasticcione. Più raffinato sembra Macron anche se nella sostanza non sembra essere messo meglio. Fortunato e furbo, è entrato nel panico alla prima flessione nei sondaggi seguendo le orme di chi lo aveva eletto a modello: Matteo Renzi”.

Sembra però che si faccia sempre più comunicazione politica e meno politica in senso stretto. Come se ne esce? I leader si fabbricano in laboratorio?

“Siamo bombardati da migliaia di messaggi, siamo media di noi stessi, protagonisti di uno spettacolo senza regia, la generazione follower che vive di like, l’opinione pubblica, gli elettori diventano attivi e protagonisti nel momento in cui abbandonanano la partecipazione democratica. Contraddizioni e complessità che non raggiungono la profondità necessaria per essere compresi e mentre il neuromarketing diventa un fantasma che anima le nostre menti, siamo convinti di esercitare il libero arbitrio, mentre muri invisibili alimentati da paure e rabbia vengono innalzati nelle nostre menti. La conoscenza è l’unica via che può renderci liberi, la conoscenza è l’antidoto alla rassegnazione capace di costruire consapevolmente un’alternativa”.

Quindi si risolve tutto con la comunicazione?

“La comunicazione non è pubblicità o propaganda e nemmeno informazione. La comunicazione è l’essenza specifica della nostra umanità, ci qualifica e ci distingue. La comunicazione è la connessione con i nostri sogni, con le nostre speranze, è una via potente. Non lasciamola ai rettili!”.

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