Nasce dalla scoperta di un sistema consolidato di corruzione collegato ad appalti assegnati dalla Regione l’indagine su Salvatore Iacolino, da pochi giorni nominato direttore generale del Policlinico di Messina ora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata. Gli inquirenti avrebbero accertato stretti legami tra Carmelo Vetro esponente della famiglia mafiosa di Favara e il manager. Vetro, figlio di un capomafia, avrebbe nel tempo messo a frutto anche importanti relazioni derivanti dalla sua appartenenza alla massoneria. Secondo i magistrati, che hanno disposto perquisizioni nelle case dell’indagato, Iacolino sarebbe stato a totale disposizione del boss suo compaesano assicurando prospettive imprenditoriali alla società a lui riconducibile, l’Ansa Ambiente.

Il manager, in cambio, avrebbe segnalato al mafioso persone che aveva interesse a fare assumere in una società che operava nel Messinese e in un caso avrebbe messo il boss in contatto con altri esponenti politici, come la vicepresidente dell’Antimafia regionale Bernadette Grasso, perché questa potesse raccomandare suoi protetti. Vetro in sostanza avrebbe sfruttato sistematicamente il compaesano per instaurare e consolidare rapporti con figure apicali dell’amministrazione regionale, nel settore dei lavori pubblici e della sanità. Tra le vicende sospette indicate dai magistrati ci sono la procedura per l’accreditamento regionale per prestazioni sanitarie della società Arcobaleno s.r.l. riconducibile a Giovanni Aveni, imprenditore in affari con il boss favarese e da questi segnalato al manager e la revoca dell’accreditamento regionale sempre nel settore sanitario alla Anfild Onlus di Messina che era di un concorrente di Vetro.

Iacolino, oltre a rendersi disponibile a interessarsi per gli adempimenti amministrativi di competenza del suo ufficio, avrebbe sollecitato più volte i direttori generale e amministrativo dell’ASP di Messina e creato un canale diretto riservato tra questi, Vetro e Aveni. Anche Aveni risulta indagato.

Chi sono il dirigente Teresi e l’imprenditore Vetro

Sono un importante dirigente regionale, Giancarlo Teresi, e boss di Favara (Ag), Carmelo Vetro, i protagonisti principali dell’ultima inchiesta sulle infiltrazioni mafiose nella macchina amministrativa regionale siciliana, coordinata dal procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e dal pm Gianluca De Leo.

Entrambi sono finiti in manette con l’accusa di corruzione aggravata. Già finito in cella per corruzione 6 anni fa e ancora sotto processo, il dirigente è stato ritenuto “indispensabile” dai vertici amministrativi regionali tanto da continuare a rivestire ruoli di vertice oltre l’età pensionabile.

La Regione, infatti, nonostante l’indagato avesse raggiunto i requisiti per il pensionamento a gennaio del 2025, con un decreto del 31 dicembre 2024 ha approvato il differimento del termine di quiescenza prima al 30 giugno 2025 e poi al 31 agosto 2025. Successivamente Teresi ha ottenuto con decreto dell’assessorato delle Autonomie Locali di restare in servizio fino al raggiungimento del 70esimo anno. Spostato dal dipartimento Infrastrutture Mobilità e Trasporti al dipartimento Regionale Tecnico, ha mantenuto comunque le vecchie funzioni. Dalle indagini emerge come ben due direttori generali dei dipartimenti inquadrati nell’assessorato Infrastrutture, Salvatore Lizzio e Duilio Alongi, hanno sollecitato Teresi a presentare la domanda per la permanenza in servizio.

Vetro, mafioso e massone, ha un profilo criminale “di tutto riguardo” e conoscenze di alto livello. Nella sentenza di condanna a 9 anni subita e ormai definitiva i giudici scrivono che “è un uomo a disposizione di Cosa Nostra fin dalla tenera età, si muove abilmente all’interno della consorteria, forte della storia familiare e desideroso di avanzare frettolosamente nella carriera criminale”. Pur non avendo (e non potendo avere) alcuna carica nella società sponsorizzata da Teresi, l’Ansa Ambiente, il boss interloquiva con gli uffici regionali, dettava le regole per appalti in corso e da assegnare, consegnava “tangenti” negli uffici comunali, “dimostrando che l’associazione mafiosa è tutt’altro che respinta da chi deve occuparsi del bene pubblico”, scrivono gli inquirenti.