“La mafia è un fenomeno davvero complesso che non può rinunciare al territorio, ma che ha l’esigenza di reinvestire i suoi capitali praticamente in tutto il mondo. Non ci sono due diverse mafie, è sempre la stessa che si manifesta in forme diverse. A Palermo sta succedendo quello che è sempre accaduto, Soltanto che adesso dobbiamo fare i conti con la rapidità con cui vengono narrati i fatti che accadono. Prima i fatti venivano in qualche modo analizzati prima di essere lanciati nel mondo della comunicazione, che non è più soltanto quello dei media, ma è soprattutto quello dei social, con una rincorsa fra media e social a chi in qualche misura la spara più grosso senza fare analisi”.
Lo ha detto il procuratore Maurizio de Lucia nel corso di un incontro a Gangi occasione della terza edizione di “Omnia – Festival del tempo”.
La violenza segno della debolezza dell’organizzazione mafiosa
Cosa nostra ha ribadito il procuratore ha l’esigenza di riacquisire il controllo del territorio ma lo sta facendo con violenza perché più debole. “L’atteggiamento di cosa nostra non è molto diverso dal passato – ha detto il procuratore – C’è un problema di riacquisizione di alcuni spazi sul territorio e in questo momento in qualche misura è in corso, affidata a giovani spregiudicati, che non sono cosa nostra, e questo crea confusione. Giovani che dipendono da cosa nostra, per tutta una serie di ragioni che in parte posso dire e in parte no, perché naturalmente ci stiamo lavorando, e manifestano l’azione in maniera particolarmente violenta.
È già successo in passato, c’è stato un lungo periodo di rallentamento della manifestazione di violenza dell’organizzazione mafiosa. Adesso in qualche modo ha necessità di ripresentarsi anche in forme violente, il che dipende dallo stato dell’organizzazione stessa e che non è uno stato di buona salute, perché se l’organizzazione fosse in buona salute, l’esibizione della forza non servirebbe. La differenza rispetto al passato è che noi oggi abbiamo una serie di strumenti che ci consentono non solo di leggere le cose, ma di intervenire su queste cose. Però naturalmente i nostri tempi sono diversi dai tempi, ripeto, del mondo dei social, del mondo dei media”.
Per le indagini serve un lavoro meticoloso
Per compiere indagini serie serve tempo e serve un lavoro meticoloso, aggiunge il procuratore. “Se uno pretende una risposta nello spazio dei 40 secondi di una clip di Tik Tok non la può avere, perché naturalmente noi seguiamo un altro metodo, e abbiamo altre regole. La necessità, peraltro, di costruire percorsi solidi, perché alla fine noi non dobbiamo soltanto dire com’è andata o come sta andando, ma soprattutto il nostro compito è quello di fare i processi, che è una cosa molto complicata da tutti i punti di vista, dal momento stesso in cui comincia un’indagine”.
Il cronista deve stare per strada
De Lucia ha aggiunto anche una riflessione su quella che è la figura del cronista che ormai sta sparendo. “Il giornalista che vuole capire questi fenomeni deve stare a Palermo perché ha la possibilità di parlare con le vittime dell’estorsione, ad esempio, ma parlando anche con i familiari degli arrestati per le estorsioni – ha aggiunto – Cose che naturalmente nessun magistrato, nessun investigatore può fare, perché noi abbiamo sempre e avremo sempre comunque una visione da una parte. Il nostro compito è diverso, da quello del cronista e devo dire, un po’ mancano oggi a Palermo, perché sono pochissimi quelli che lo fanno. Con il passare del tempo questo mestiere è cambiato. E invece bisogna stare in strada perché sennò non si comprende la realtà”.
I danni provocati da certi film e certe fiction
Per concludere i danni provocati da certi film e certe fiction. “Questi nuovi ragazzi che non sono allevati soltanto a una cultura della mafia, sono allevati secondo dei modelli che sono anche quelli dell’immaginario televisivo – ha aggiunto de Lucia – Il capo dei capi ha fatto dei danni incalcolabili perché ha creato una serie di miti che vanno oltre le persone. L’arte è libera e deve esprimersi in tutti i modi. Alcune insegnanti di scuole della periferia di Palermo per prime mi hanno detto: dottore, i danni che ha fatto questo lavoro sono incalcolabili”.






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