Dopo le fibrillazioni dei giorni scorsi alla fine è stata trovata l’intesa. Il patto fra Renato Schifani e i capigruppo del centrodestra è stato siglato all’Ars. E consente di assegnare alla manovra da oltre 600 milioni un corridoio che ne consentirebbe l’approvazione entro l’8 o il 10 ottobre.
Secondo il nuovo calendario, la manovra dovrebbe essere varata in commissione Bilancio entro giovedì 1. Ed entrare in aula il 5 ottobre per una votazione a oltranza che dovrebbe portare all’approvazione finale entro sabato 10 o al massimo lunedì 12.
In questo modo Schifani ha stoppato le tentazioni, diffuse fra i deputati della sua maggioranza, di rinviare l’investimento della maggior parte dei 600 milioni a dicembre, quando verrà varata la Finanziaria 2027. Gli alleati chiedevano più tempo per spendere le risorse, visto che la manovra correttiva, agendo sulle voci di bilancio 2026, impone poi di spendere i finanziamenti entro fine anno. Pena la loro perdita, nel senso che i soldi non spesi torneranno nel bilancio.
Da giorni sia uomini di Forza Italia che di Fratelli d’Italia non nascondevano i timori di «prendere impegni» (sotto forma di emendamenti di spesa) con sindaci e altri elettori che poi non possono essere rispettati. Ciò perché, approvata la manovra, resterebbero una quarantina di giorni perché gli assessorati predispongano decreti e mandati di pagamento. Troppo pochi, secondo forzisti e meloniani.
Ma l’assessore Alessandro Dagnino ha spiegato ieri che le somme non spese non vanno automaticamente, come in passato, a coprire il disavanzo (visto che le Regione ora registra un avanzo da oltre 2 miliardi) e dunque possono essere «ricopiate» nella Finanziaria di dicembre.
Con questa rassicurazione il vento ha ripreso a soffiare dietro la manovra il cui testo base del governo vale 250 milioni e stanzia aiuti a famiglie, imprese che già ieri hanno avuto il via libera in commissione Bilancio. E in più in commissione Attività Produttive è passato un emendamento che stanzia 25 milioni per la distillazione di crisi e 50 per la granicoltura grazie a un voto all’unanimità che ha suscitato il plauso di Confagricoltura.
Ora Schifani attende le proposte dei partiti per impiegare una fetta del budget che vale altri 200 milioni. Arriveranno in settimana.
Parallelamente Dagnino e Schifani hanno definito anche le regole di spesa del Fit, il Fondo Iniziative Territoriali che darà nuova veste alle mance.
Sul piatto c’è un budget di almeno altri 50 milioni che – a taccuini chiusi – il governo ammette di poter perfino raddoppiare durante le votazioni in aula. Dividendo aritmeticamente il budget per i 70 deputati si arriva a una quota pro-seggio che oscilla fra i 700 mila e il milione e 400 mila euro per gli emendamenti che dirottano fondi sui collegi elettorali. Ma la divisione del budget non sarà aritmetica.
Le nuove regole rendono però più stringente il criterio di destinazione dei fondi. Innanzitutto la bozza di articolo scritta dal governo esclude fondazioni e associazioni. Attingono al Fit solo Comuni ed enti ecclesiastici. I primi con una quota da determinare, oggi stimata fra il 60 e l’80% del budget, i secondi per la parte restante. Al momento di varare la manovra verrà approvato un ordine del giorno in cui ogni deputato inserirà i Comuni e gli enti ecclesiastici a lui vicini da finanziare. In più Dagnino ha previsto che «almeno» il 20% del budget totale del Fit venga messo all’asta con un bando che scriverà l’assessorato alle Infrastrutture e verrà approvato all’Ars. È un modo per ritagliare una fetta del budget anche per sindaci o parroci che non hanno santi in paradiso, cioè deputati di riferimento a Sala d’Ercole.
Con queste nuove regole il governo si è detto disposto a rendere il Fit stabile. Traduzione, in ogni Finanziaria il capitolo di bilancio può essere rimpinguato. E poiché la prima Finanziaria arriverà due mesi dopo la manovra correttiva, la posta in palio per i deputati è d i fatto doppia.






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