L’iniziativa dello chef Natale Giunta, al netto della provocazione, poggia su un equivoco culturale e linguistico che rischia di spostare il problema invece di chiarirlo. Parlare di “maranza” come categoria da escludere non descrive un comportamento, ma appiccica un’etichetta identitaria vaga e stereotipata, che non aiuta a capire né a risolvere ciò che realmente si vuole denunciare.
Se l’obiettivo è prendere posizione contro la malamovida, contro atteggiamenti aggressivi, molesti o violenti, allora il tema è il comportamento, non l’estetica né una sottocultura giovanile evocata in modo impreciso. I “maranza”, per come il termine è nato e circola oggi, non sono un gruppo sociale omogeneo né tantomeno una categoria criminologica: sono una costruzione simbolica, uno stile, un immaginario urbano che mescola abbigliamento, linguaggio e atteggiamenti ostentati. Nulla che, di per sé, coincida automaticamente con la violenza o con l’illegalità.
Maranza non è una categoria di comportamento
C’è poi un dettaglio che rende l’operazione quasi paradossale, e qui l’ironia è inevitabile: c’è da scommettere che molti dei violenti, dei maleducati e dei protagonisti della malamovida a cui lo chef intendeva rivolgersi non sapevano affatto di essere “maranza”. E, a ben vedere, non lo sono nemmeno. Perché il termine, così come viene usato, non descrive un comportamento ma una narrazione importata, una scorciatoia linguistica che arriva dal Nord Italia e che viene applicata meccanicamente a contesti diversi.
Non è la prima volta che, per raccontare fenomeni complessi, si ricorre a etichette rapide e rassicuranti. Negli anni Ottanta c’erano i paninari, icona consumistica più che problema sociale. Negli anni Novanta sono arrivati i tamarri, parola elastica, buona per indicare tutto e il contrario di tutto. Nei Duemila è stata la volta dei truzzi, spesso evocati per spiegare disagi urbani che avevano ben poco a che fare con l’estetica. Oggi il testimone passa ai maranza. Cambia il nome, cambiano i social, cambia l’immaginario, ma il meccanismo resta lo stesso: si prende una sottocultura giovanile, la si cristallizza in uno stereotipo e la si usa come scorciatoia per spiegare problemi che hanno radici molto più profonde.
Un’etichetta importata che non colpisce il bersaglio
La differenza, semmai, è geografica e culturale. “Maranza” è una parola nata e cresciuta al Nord, dentro contesti urbani e mediatici specifici. Importarla così com’è a Sud significa importare non solo un termine, ma anche lo sguardo che lo accompagna, spesso semplificatorio e distante dalla realtà locale. È un linguaggio che funziona nei meme e nei titoli ad effetto, ma che rischia di perdere completamente il bersaglio quando viene usato per parlare di sicurezza, convivenza e spazio pubblico.
Dalle mode linguistiche ai problemi reali
Il rischio è evidente: si finisce per parlare di tutt’altro. Non di chi beve troppo, non di chi aggredisce, non di chi trasforma la notte in una zona franca, ma di un soggetto astratto e caricaturale, che probabilmente non si riconosce e non si sentirà mai chiamato in causa. È il classico caso in cui la parola rassicura chi la usa, ma non colpisce chi dovrebbe.
La malamovida non ha un look né un nome alla moda: ha comportamenti precisi, e quelli vanno chiamati per nome.






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