Sono trascorsi 27 anni dall’uccisione, a Caccamo, di uno dei simboli del coraggio e dell’impegno nella difesa dei lavoratori. Per l’omicidio sono imputati i fratelli Pietro e Salvatore Rinella, capimafia di Trabia, accusati di aver ordinato il delitto.
Era la sera dell’8 ottobre 1998 quando Mico Geraci, stimato sindacalista e candidato sindaco in pectore del centrosinistra, venne trucidato davanti alla porta di casa sua.

“Oggi, nel ricordarne la memoria, ribadiamo il nostro impegno – dice Luisella Lionti, segretaria generale della Uil Sicilia – a continuare la sua lotta contro ogni forma di mafia, violenza e di ingiustizia sociale. La sua dedizione e il suo sacrificio restano per noi esempio imprescindibile di responsabilità civile e sindacale. In particolare, vogliamo rivolgere un pensiero e un appello ai giovani che rappresentano la speranza e il futuro della nostra terra”.

Per Lionti è “fondamentale trasmettere alle nuove generazioni il valore della memoria di Mico, affinché il suo esempio di coraggio e impegno sociale li ispiri a prendere parte attiva nella costruzione di una società più giusta, libera da ogni forma di mafia e sopraffazione. La partecipazione dei giovani è essenziale per alimentare quella coscienza civile necessaria a sconfiggere l’omertà, la paura e il silenzio e per costruire un modello di lavoro dignitoso e solidale. La Uil non dimentica e continuerà a combattere per una terra libera da ogni mafia, in nome di Mico Geraci, dei giovani e di tutti coloro che hanno perso la vita per difendere la dignità del lavoro e della libertà”.

Ad aprile scorso la Corte d’assise di Palermo ha sentito la vedova del sindacalista, Vincenza Scimeca, che ha raccontato di aver visto il killer del marito: “Sentii suonare il campanello, era lui, ma subito dopo sentii anche gli spari”, ha detto la teste rispondendo alle domande dei pm. Visibilmente commossa ma ferma di fronte ai giudici, Scimeca ha detto di essersi subito affacciata al balcone e di avere visto cosi’ il sicario che sparo’ al marito, evidentemente appostato sotto casa, in attesa di Geraci.

“Mio fratello era candidato sindaco (a Caccamo, ndr), lo disse pubblicamente – ha detto deponendo davanti alla corte d’assise Michele Geraci, fratello di Mico – e in maniera eclatante nel corso di una riunione. Era stato deciso cosi’ per fare cambiare il paese”. A rafforzare la tesi anche la deposizione di Gianfranco Muscarella, amico del sindacalista, l’ultima persona che vide Geraci vivo la sera del delitto: “Lo accompagnai a casa – ha detto, rispondendo alle domande dei pm e degli avvocati – e rimanemmo una decina di minuti a parlare dentro la macchina. Non notai niente, sulla possibile presenza di altre persone”.

“Mico – dice il presidente della commissione Antimafia all’Ars, Antonello Cracolici – era riuscito a mobilitare le coscienze in un territorio dove al massimo si poteva predicare la lotta alla mafia e non praticarla, restituendo una speranza di cambiamento attraverso le sue battaglie per i diritti, una minaccia inedita per i mafiosi, che non potevano accettare quello che da sindaco avrebbe potuto fare. Oggi c’è un processo in corso che ha individuato i responsabili, ci auguriamo che finalmente venga svelato un tratto di verità”.