Palermo

Collaboratore di giustizia trovato morto a Partinico, indagini dei carabinieri

Indagini in corso sulla morte di un uomo trovato morto tra Partinico e Alcamo. L’uomo trovato morto è Armando Palmeri, 62 anni, collaboratore di giustizia, ex autista di Vincenzo Milazzo boss della famiglia di Alcamo.

Morte da capire

Non è ancora chiaro se si tratti di morte violenta o morte naturale. Indagini dei carabinieri del nucleo investigativo di Palermo.

L’uomo è stato trovato senza vita nella sua abitazione in contrada Bosco Alla Falconara in contrada Finocchio nella strada statale 113 che porta al Baglio della Luna.

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Intervento dei Ris e del medico legale

Armando Palmeri è stato trovato morto in casa in una villetta in contrada Bosco alla Falconeria in territorio di Partinico (Pa). Qualcuno ha chiamato i sanitari del 118 segnalando che l’uomo era morto. Sono arrivati i medici del 118 e l’hanno trovato morto.

Non ci sono in casa segni d’effrazione e nel corpo non ci sono segni di violenza. E’ in corso l’esame del medico legale e stanno intervenendo i carabinieri del Ris. Le indagini sono condotte dai carabinieri del nucleo investigativo di Palermo coordinati dalla procura.

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E’ stata disposta l’autopsia

E’ stata disposta l’autopsia sul corpo di Armando Palmeri il collaboratore di giustizia trovato morto in casa in una villetta in contrada Bosco alla Falconeria in territorio di Partinico (Pa).

L’ipotesi più probabile che Palmeri sia morto per un infarto che non gli ha lasciato scampo.

Dopo che l’esame del medico legale e i rilievi dei carabinieri del Ris il corpo dell’uomo sarà portato all’istituto di medicina legale del Policlinico di Palermo e stabilire le cause della morte.

Chi era l’uomo trovato morto

Uomo di fiducia del boss mafioso di Alcamo Vincenzo Milazzo, Palmeri è stato un mafioso sui generis. Cresciuto in una famiglia benestante, diventa criminale più per spirito d’avventura che per necessità. A capo di una batteria di rapinatori, gira l’Italia pistola alla mano fin quando non viene catturato.

In carcere a Spoleto – da lui definito “Università del crimine” – viene a contatto con il gotha della criminalità nazionale, conosce estremisti di destra, camorristi, mafiosi, in un certo senso si fa un nome. Una volta fuori, tornato ad Alcamo nella seconda metà degli anni Ottanta, comincia ad essere corteggiato da Cosa nostra.

Il boss istruito

Spiccando per un grado d’istruzione non comune al profilo del mafioso medio e da una notevole dote per le pubbliche relazioni, il suo è un curriculum che fa gola a diversi clan, ma Palmeri – che non sarà mai affiliato ufficialmente – ci tiene alla sua indipendenza e, senza mai opporre un diniego secco alla avances che pure gli vengono fatte con insistenza, preferisce fare il “libero professionista”. In che ambito? Difficile dirlo con certezza. Leggendo il suo memoriale, sembra di capire che Palmeri abbia capitalizzato la sua abilità nel tessere reti di conoscenze trasversali, una sorta di faccendiere, per utilizzare un termine riconoscibile. Di certo c’è una cosa: non ha mai ammazzato nessuno e anzi, ci tiene a precisare di aver salvato molte vite sottratte ai plotoni d’esecuzione mafiosi con escamotage di volta in volta differenti.

In buoni rapporti con un pezzo da 90 come Antonino Gioè (mafioso affiliato ai corleonesi e coinvolto nella strage di Capaci, ndr), cugino di Franco Di Carlo (collaboratore di giustizia recentemente scomparso, accusato di essere esecutore materiale dell’omicidio di Roberto Calvi, ndr), dopo aver tergiversato per qualche anno, Palmeri finisce col diventare l’uomo di fiducia di Vincenzo Milazzo, l’unico con cui il giovane boss alcamese si confidasse. È a lui, infatti, che esprime tutta la sua apprensione per un incontro decisamente particolare. Il primo di altri due che avverranno nel giro di poco tempo, nella primavera del 1992.

Spicca tra i collaboratori di giustizia

E se il nome di Armando Palmeri spicca tra quello dei tanti collaboratori di giustizia, è proprio perché è stato lui a riferire di fronte al magistrato referente di questi incontri, quando due uomini dei servizi segreti – introdotti prima da uno stimato medico e poi da un imprenditore misteriosamente suicidato – proposero a Vincenzo Milazzo di prendere parte a un progetto di destabilizzazione della democrazia con una campagna di stragi e addirittura una guerra batteriologica.

Milazzo, consigliato anche da Palmeri, rifiuterà di prestarsi a questo gioco perverso, pur consapevole di esporsi così a un pericolo mortale. E infatti viene ammazzato dall’amico Nino Gioè, che sparandogli alla nuca confiderà a Palmeri di avergli evitato una morte ben peggiore.

Sorte ancor peggiore per la sua fidanzata: Antonella Bonomo, 23 anni, incinta di tre mesi, viene presa a calci e strangolata da un commando di uomini d’onore di cui, tra gli altri, fanno parte lo stesso Gioè, Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella. La colpa della ragazza? Non solo quella di essere la compagna di Milazzo ma, forse, anche quella di avere uno zio al Sisde, il servizio segreto civile.

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