Sono state ricostruite 18 estorsioni nel corso nell’inchiesta che ieri ha portato all’arresto di 32 uomini accusati a vario titolo di associazione mafiosa ed estorsioni.
Su 18 taglieggiati tre hanno trovato la forza e il coraggio di presentarsi alla polizia e ai carabinieri denunciare le richieste estorsive violente e ripetute.
La messa a posto viene tollerata, imposta anche agli amici più vicini e ai parenti dei vertici della famiglia mafiosa, che accettano e portano in contanti i soldi che servono per mantenere carcerati e il boss Nino Sacco. Che ogni mese riceveva tremila euro.
Tre imprenditori, però, hanno scelto di abbattere il muro di omertà, seppure il percorso venga ostacolato da incendi, minacce e pestaggi. Il titolare di un centro gomme, imprenditore dell’officina di via Ponte dell’Ammiraglio, ai primi di luglio del 2025 riceve la visita di Filippo Bruno e Francesco Capizzi: gli chiedono 1500 euro al mese “per la famiglia”. Una formula che gli inquirenti leggono come un riferimento diretto al clan di Corso dei Mille. Gli dicono anche: “Dacci una mano che c’è bisogno”.
Una settimana dopo tornano in gruppo, con altri sei uomini, tra cui Antonino Randazzo, per alzare la pressione. Il 9 luglio ancora Bruno e Capizzi provano a chiudere la partita in altro modo: se Zappulla avesse messo un loro uomo nelle sue società, non avrebbe avuto più problemi. Il rifiuto è seguito dalla minaccia: “Vabbè allora te la vedi con lui, te lo dice lui cosa devi fare”. L’imprenditore denuncia, ma il capitolo non si chiude. Trascorsi otto mesi, infatti, nel marzo di quest’anno, gli sono stati bruciati quattro mezzi della ditta nello stesso posteggio, anche questo di sua proprietà, che era stato messo nel mirino dalla famiglia mafiosa. L’imprenditore, infatti, racconta che Antonino Giuliano gli disse che l’area “interessava a Carmelo Sacco” e che “dovevo cedere le chiavi”, spiega la vittima ai carabinieri. Il giorno dopo Giuliano e Carmelo Sacco andarono in officina a prendersele.
A denunciare è stata anche un’impresa impegnata nei lavori in via Ciaculli 24. Il 20 novembre il capo cantiere racconta alla polizia l’arrivo di Angelo Faraone, indicato come uomo inviato “per conto di Caserta”. Le parole, messe a verbale, sono da manuale del pizzo: “Voi aprite i cantieri, uno qua uno là, noi siamo di qua, a me mi mandano qua, lo devi capire, ti devi fare la strada”. Un lessico che non lascia spazio a interpretazioni: se apri un cantiere, devi pagare. La denuncia di Accardi viene poi riscontrata dal racconto di un operaio e dagli accertamenti eseguiti sul motociclo usato da Faraone.
Nel mirino anche la società impegnata nei lavori del collettore fognario in via Messina Marine e sostenuta da Addiopizzo nel percorso di denuncia e tutela. Il procuratore denuncia a gennaio quanto riferito dal capo cantiere e dagli operai: da mesi un uomo si aggirava attorno al cantiere, fino a quando, il 19 dicembre, si ripresenta e dice agli operai: “Voi non avete capito come funziona qua”. È il segnale mafioso. Gli operai interrompono il lavoro e se ne vanno. Gli investigatori attribuiscono il tentativo estorsivo a Pietro Tagliavia. Alle parole seguono i fatti: il 4 marzo, il giorno successivo all’incendio che colpì i mezzi nel parcheggio di via Saetta, venne dato alle fiamme un escavatore in via Amedeo d’Aosta.






Commenta con Facebook