La pressione sale dai municipi e arriva dritta a Palazzo dei Normanni. I sindaci “ribelli” non arretrano di un millimetro: vogliono il recepimento immediato della norma nazionale sul terzo mandato e lo chiedono con un comunicato che suona come un ultimatum politico. La sentenza della Corte Costituzionale del 19 febbraio, sostengono, ha già tracciato la linea. Ora tocca all’Ars adeguarsi, senza ulteriori tentennamenti.
L’intervento dei primi cittadini arriva a poche ore dalle parole del presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gaetano Galvagno, che ieri ha annunciato per oggi una conferenza dei capigruppo urgente con un obiettivo preciso: calendarizzare una legge snella, tre articoli appena, per recepire direttamente la disciplina nazionale nei Comuni siciliani fino a 15 mila abitanti. Un atto quasi notarile, nelle intenzioni del presidente. Ma la politica siciliana, si sa, raramente sceglie la via più breve.
La spinta dei sindaci: “Ci ricandidiamo comunque”
Nel loro comunicato, i sindaci non usano mezzi termini. L’adeguamento è “necessario e urgente” per evitare contenziosi e incertezze istituzionali. Hanno già annunciato la ricandidatura, dicono, e lo faranno comunque, con o senza legge regionale. Se arriveranno esclusioni, scatteranno ricorsi al Tar con richiesta di sospensiva. La partita, insomma, è pronta a spostarsi dalle urne alle aule giudiziarie.
Il messaggio è politico prima ancora che giuridico: il diritto all’elettorato passivo – richiamato dalla Consulta – non può essere compresso da ritardi o vuoti normativi. E a decidere devono essere gli elettori, non le interpretazioni divergenti di una norma regionale già bocciata una volta.
Perché il precedente pesa. Il terzo mandato era già finito sotto le macerie della riforma degli Enti locali, affossata in Aula tra distinguo, franchi tiratori e una maggioranza che si è rivelata meno compatta del previsto.
Galvagno prova a ricucire
Galvagno tenta ora di ricomporre la frattura istituzionale tra Ars e sindaci. Chiede voto palese, invita i deputati a metterci la faccia, richiama il precedente della parità di genere nei Comuni. L’operazione è chiara: disinnescare il voto segreto, evitare imboscate, chiudere rapidamente una partita che rischia di trasformarsi in caos amministrativo.
Ma dentro l’Ars si parlano più lingue. E l’instabilità politica della maggioranza si riflette anche su questa norma. C’è chi considera il recepimento un atto dovuto, chi invece lo vede come un passaggio politico da non liquidare in fretta.
Auteri e il fronte del no
Tra le voci più critiche c’è quella del deputato della Dc Carlo Auteri, contrario al terzo mandato. Non si può votare sic et simpliciter, avverte, come fosse una formalità. La Sicilia è Regione a Statuto speciale, le norme vanno disciplinate nel rispetto delle prerogative autonomistiche e con un passaggio nelle commissioni di merito. E poi c’è il nodo delle incompatibilità: cosa accadrebbe, ad esempio, se un sindaco al terzo mandato fosse anche deputato regionale?
Auteri rivendica la scelta politica di aver contribuito alla bocciatura del terzo mandato nella precedente occasione. La politica non è un poltronificio, dice, ribadendo la contrarietà a uno strumento che, a suo giudizio, non favorisce il ricambio.
Anche se non citato direttamente, è su di lui che si concentrano molte delle critiche dei sindaci firmatari del documento. Per i “ribelli”, ogni rinvio equivale a un rischio di paralisi.
Il rischio paralisi e l’ombra dei giudici
Lo scenario più temuto è quello di Comuni sospesi tra candidature contestate e ricorsi pendenti. Un’eventuale esclusione dalle liste aprirebbe una stagione di battaglie legali con effetti immediati sull’azione amministrativa. E in piena campagna elettorale, con servizi da garantire e bilanci da approvare, l’ingresso dei giudici nella partita politica potrebbe tradursi in stallo decisionale.
È qui che la frattura istituzionale diventa concreta. Da un lato l’Ars, chiamata a legiferare nel perimetro dell’autonomia speciale; dall’altro i sindaci, che rivendicano un diritto già riconosciuto dall’ordinamento nazionale. In mezzo, una maggioranza che fatica a trovare una sintesi e un Parlamento regionale che, ancora una volta, si scopre diviso proprio mentre dovrebbe offrire certezza normativa.
Oggi la conferenza dei capigruppo dirà se prevarrà la linea del recepimento rapido o quella dell’approfondimento in commissione. Ma una cosa è certa: i sindaci non aspettano. Si candidano, preparano le liste e mettono in conto i ricorsi. La politica discute, i territori spingono. E la Sicilia rischia di ritrovarsi con una campagna elettorale combattuta più a colpi di carte bollate che di programmi.






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