Il polo petrolchimico siracusano sta cambiando pelle, un pezzo alla volta. Dopo Eni, che ha già avviato la riconversione dell’impianto di etilene per la produzione di biocarburanti, anche ISAB si muove nella stessa direzione. Da poche ore ieri, l’impianto FCC di Priolo Nord ha cominciato a processare oli vegetali per produrre biobenzine e SAF, il carburante sostenibile per l’aviazione.

Resta la produzione di carburanti fossili

Un dettaglio, però, va tenuto bene a mente: le due raffinerie storiche del polo continueranno a sfornare carburante fossile per gran parte del Paese. La svolta verde, almeno per ora, è un’aggiunta al ciclo produttivo tradizionale, non una sua sostituzione.

L’annuncio

Secondo quanto comunicato da ISAB, l’impianto FCC ha iniziato a lavorare oli vegetali – nello specifico POME, sottoprodotto della filiera dell’olio di palma – grazie a un accordo di fornitura con un operatore italiano del settore e alla collaborazione commerciale con Ludoil Energy, che curerà la distribuzione dei prodotti sul mercato nazionale. La produzione, spiega l’azienda, crescerà gradualmente fino a raggiungere, “a regime”, 500mila tonnellate annue. Mancano però un cronoprogramma definito e i numeri dell’investimento necessario per arrivarci:

Perché conviene: un mercato costruito per legge

Per capire perché un gruppo come ISAB scelga oggi di investire nel SAF bisogna guardare al meccanismo che regola questo mercato, ed è qui che si misura la reale portata “verde” dell’operazione. Il regolamento europeo ReFuelEU Aviation impone infatti ai fornitori di carburante negli aeroporti UE quote obbligatorie crescenti di SAF: il 2% dal 2025, il 6% dal 2030, fino al 70% nel 2050. Non è un incentivo diretto, ma un obbligo di legge che le compagnie aeree devono rispettare pena sanzioni, il che garantisce ai produttori uno sbocco commerciale certo, indipendentemente dal prezzo più alto del biocarburante rispetto al cherosene fossile.

A questo si aggiunge il sistema ETS delle quote di emissione: per ogni tonnellata di SAF utilizzata, le compagnie aeree ricevono quote gratuite, un meccanismo che permette ai produttori di vendere a prezzi più alti senza perdere competitività.

L’esempio di Milano

Alcuni gestori aeroportuali, come SEA a Milano, offrono inoltre contributi diretti fino a 500 euro per tonnellata di SAF erogato. Il risultato è un comparto in cui il margine non nasce da un vantaggio competitivo sul mercato libero, ma da una cornice normativa costruita a Bruxelles per accelerare la decarbonizzazione di un settore, quello aereo, tra i più difficili da convertire. Un costo, va detto, che finisce comunque per scaricarsi in parte sul prezzo dei biglietti.

Il capitolo PNRR

Il comunicato ISAB non fa cenno a fondi pubblici utilizzati per l’operazione, ma è un aspetto da monitorare nelle prossime settimane. Altri gruppi della raffinazione italiana, Eni in testa, hanno finanziato parte la riconversione dei propri impianti verso il SAF attingendo ai contratti di sviluppo del Ministero delle Imprese e del Made in Italy e ai fondi PNRR destinati alla transizione energetica e alla chimica verde.

Il nodo proprietario ancora aperto

L’operazione viene presentata come primo passo del piano industriale di Ludoil Energy, la holding della famiglia Ammaturo che punta a trasformare ISAB in una “Multi-Energy Company” capace di integrare la lavorazione del greggio fossile con i nuovi vettori rinnovabili. Va però ricordato che il passaggio di proprietà non è ancora concluso: il procedimento Golden Power, l’istruttoria del governo sugli asset industriali strategici, è tuttora in corso. Lo stesso comunicato aziendale lo ammette, parlando di continuità “nelle more del procedimento” tra la gestione uscente di GOI Energy e quella entrante di Ludoil.

La materia prima e il nodo ambientale

Un altro elemento su cui vale la pena soffermarsi riguarda la materia prima scelta: il POME, sottoprodotto della lavorazione dell’olio di palma, è certificato ISCC, lo standard che dovrebbe garantirne tracciabilità e sostenibilità. È tuttavia noto che i biocarburanti legati alla filiera dell’olio di palma sono da anni oggetto di critiche da parte di associazioni ambientaliste, che ne contestano la reale neutralità climatica per il contributo indiretto che l’espansione delle coltivazioni avrebbe sulla deforestazione nei Paesi produttori. La certificazione attesta il rispetto di determinati standard, ma non chiude di per sé la discussione sulla sostenibilità complessiva del prodotto.

Cosa resta da capire

Per un territorio come quello di Priolo, che da anni convive con le criticità ambientali del polo petrolchimico, dalle emissioni di benzene alle inchieste sulla salute pubblica,  la notizia di una produzione “verde” nella storica raffineria ha un impatto importante.

Resta da capire quanto pesi realmente questa svolta sul totale della produzione del sito, quali risorse pubbliche siano eventualmente coinvolte, e soprattutto quando il passaggio di proprietà a Ludoil sarà formalmente completato.