Un altro detenuto morto, un altro caso che solleva interrogativi. E, ancora una volta, una famiglia in cerca di risposte.
La vittima
Francesco Capria, 41 anni, originario di Messina, è deceduto mercoledì scorso all’interno del carcere di Brucoli, ad Augusta, dove stava scontando una pena. La notizia è stata comunicata ai familiari dai carabinieri: la causa indicata sarebbe un arresto cardiaco. Un esito che, però, non chiude la vicenda, anzi apre nuovi dubbi.
Si tratta del terzo decesso dall’inizio dell’anno nello stesso istituto penitenziario: i primi due sarebbero legati ad un’overdose.
Salma sequestrata
La salma di Capria è stata posta sotto sequestro. L’autopsia appare ormai inevitabile, anche se, riferisce la difesa, non è ancora arrivata alcuna comunicazione ufficiale. Un passaggio cruciale per chiarire cosa sia accaduto davvero nelle ultime ore di vita del detenuto: resta infatti da stabilire se sia stato soccorso in tempo, se sia stato trasferito in ospedale o se il decesso sia avvenuto direttamente in cella.
Sul piano giudiziario, il caso si muove ancora in una fase preliminare. L’avvocato Giuseppe Bonavita, incaricato dalla famiglia, ha già avviato le prime iniziative per ottenere documentazione e ricostruire con precisione la sequenza degli eventi. L’obiettivo è verificare eventuali responsabilità, sia sotto il profilo sanitario sia sotto quello organizzativo.
Le richieste del detenuto
Ma c’è anche un altro livello, più silenzioso e umano, che attraversa la vicenda.
Capria era in carcere dallo scorso ottobre. Fin dall’inizio, erano state avanzate richieste per misure alternative alla detenzione, sulla base di condizioni personali ritenute non compatibili con il regime carcerario. Istanza respinta, dopo accertamenti che avevano escluso tale incompatibilità.
A gennaio, il giudice di Sorveglianza avrebbe negato anche i domiciliari. Tuttavia, lo stesso magistrato aveva disposto ulteriori verifiche, aprendo alla possibilità di un trasferimento in una struttura assistita. La documentazione sanitaria era stata trasmessa agli enti competenti per valutare una soluzione diversa dal carcere.
Una porta rimasta socchiusa. E mai attraversata.
Il decesso
Capria è morto mentre si attendeva una decisione definitiva. Un’attesa interrotta bruscamente, che oggi pesa come una domanda senza risposta: se quelle verifiche fossero arrivate prima, il finale sarebbe stato diverso?
È anche su questo crinale, tra diritto, tempi della giustizia e tutela della salute, che si giocheranno i prossimi sviluppi. Nel frattempo, resta il vuoto di una morte improvvisa e una verità ancora tutta da accertare.
La denuncia
Sulla morte del detenuto 41enne nel carcere di Augusta interviene Sebastiano Bongiovanni, ex sovrintendente della polizia penitenziaria ed ex sindacalista, che lega il caso a una situazione più ampia di emergenza.
«Avevo già denunciato a febbraio due decessi sospetti in pochi giorni – afferma – e oggi apprendo di un altro caso. La polizia penitenziaria lavora in condizioni critiche, con carenza di organico e difficoltà a coprire tutti i servizi».
Bongiovanni punta il dito anche sulle conseguenze della chiusura degli istituti psichiatrici giudiziari: «Le carceri si trovano senza medici e strumenti adeguati per gestire detenuti con fragilità mentali, e tutto ricade sugli agenti».
Infine, la critica al livello politico: «Non vedo un cambio di rotta. Le responsabilità sono anche dell’attuale gestione: chi ha delega alla polizia penitenziaria dovrebbe rispondere del proprio operato».






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