L’ipotesi di un trasferimento dei lavoratori dalla centrale di cogenerazione di Priolo verso un sito abruzzese del gruppo B2G accende la tensione nel cuore del petrolchimico siracusano. Non si tratta solo di una vertenza sindacale: è il segnale di un equilibrio industriale che si sta incrinando.
L’allarme della Uiltec
La Uiltec Sicilia, con il segretario Andrea Bottaro, parla di scenario «inaccettabile» e denuncia la mancanza di un confronto strutturato dopo il passaggio societario della centrale. Sul tavolo non ci sarebbero soltanto possibili esuberi, ma anche lo spostamento del personale fuori regione, con un impatto sociale significativo su un territorio che vive storicamente di industria pesante e che già attraversa una fase di transizione complessa.
Investimenti mancati
Il sindacato contesta alla nuova proprietà di aver disatteso gli impegni assunti a livello nazionale al momento dell’acquisizione: investimenti “green” annunciati come strategici e oggi fermi, relazioni industriali ritenute insufficienti e, soprattutto, assenza di un piano chiaro sul futuro del sito.
Un’infrastruttura chiave per il sistema Priolo
La centrale B2G non è un impianto marginale. Con circa 480 MW di potenza installata e una produzione che può superare i 2 TWh annui, rappresenta un nodo energetico essenziale per il polo industriale di Priolo. Oltre a immettere energia nella rete nazionale, fornisce vapore tecnologico alla raffineria ISAB, cuore produttivo dell’area.
È proprio questo legame a rendere la vicenda particolarmente delicata. Centrale e raffineria vivono in una condizione di interdipendenza: la sostenibilità economica dell’una è strettamente connessa all’operatività dell’altra. Le difficoltà che negli ultimi mesi hanno interessato il comparto della raffinazione e la stessa proprietà di ISAB si riflettono inevitabilmente sull’impianto di cogenerazione, comprimendone prospettive e margini.
In un contesto europeo segnato da margini ridotti, volatilità dei prezzi energetici e accelerazione della transizione ambientale, il modello industriale della cogenerazione tradizionale appare più esposto.
Transizione incompiuta e nodo investimenti
L’operazione di acquisizione della centrale era avvenuta con l’obiettivo dichiarato di accompagnare il sito verso una progressiva decarbonizzazione. Sistemi di accumulo, integrazione con rinnovabili e nuove tecnologie erano stati indicati come direttrici di sviluppo.
Secondo la Uiltec, però, quegli impegni restano oggi sulla carta. L’assenza di investimenti strutturali non è soltanto una questione industriale: diventa un fattore di incertezza occupazionale. Senza una strategia di rilancio, l’impianto rischia di perdere competitività proprio mentre nel polo siracusano si affacciano progetti di riconversione, come la nuova bioraffineria promossa da Eni con partner internazionali. Il paradosso è evidente: mentre una parte del sito tenta di posizionarsi nella filiera dei carburanti sostenibili, l’infrastruttura energetica che ne garantisce il funzionamento vive una fase di opacità strategica.
Il rischio sistemico
La preoccupazione del sindacato, che ha chiesto l’apertura urgente di un tavolo nazionale, va oltre la difesa dei singoli posti di lavoro. La centrale di Priolo è al servizio di un ecosistema industriale complesso, in cui operano grandi player chimici ed energetici. Una sua instabilità avrebbe effetti a catena.
Il tema, dunque, è di governance industriale e di visione. Se il trasferimento dei lavoratori in Abruzzo rappresenta l’emergenza sociale immediata, la vera questione è capire quale ruolo debba avere la cogenerazione di Priolo nel nuovo assetto energetico del Mezzogiorno.






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