Sono oltre trenta le richieste presentate dai detenuti all’ufficio elettorale del Comune di Siracusa per partecipare al referendum sulla riforma della giustizia in programma il 22 e 23 marzo. Il dato, riferito da una fonte del Comune, è relativo alle istanze pervenute fino a mercoledì 18 marzo e risulta, secondo la stessa fonte, senza precedenti rispetto alle precedenti consultazioni elettorali, nelle quali il numero di detenuti che avevano chiesto di votare era stato decisamente più contenuto.

Un dato che si inserisce in una campagna referendaria tra le più animate degli ultimi anni, segnata da una mobilitazione civile intensa e da polemiche che hanno coinvolto magistratura e avvocatura.

Come vota un detenuto: la procedura

La legge riconosce ai detenuti il diritto di voto, ma per esercitarlo è necessario seguire una procedura specifica. Il detenuto deve far pervenire al Sindaco del Comune nelle cui liste elettorali è iscritto una dichiarazione della propria volontà di esprimere il voto nel luogo in cui si trova. La richiesta deve recare in calce l’attestazione del direttore dell’istituto penitenziario, a comprova della detenzione.

Il Sindaco provvede quindi a iscrivere il richiedente in un apposito elenco e a trasmettergli la tessera elettorale. In caso di smarrimento, è possibile richiederne il duplicato. L’intera procedura deve tuttavia concludersi entro tre giorni prima della data della votazione: un termine che rende necessaria una scelta consapevole e tempestiva da parte di chi intende esercitare il proprio diritto.

La mobilitazione delle Camere Penali

Il referendum del 22 e 23 marzo chiede agli italiani di pronunciarsi su cinque quesiti, il più rilevante dei quali riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Su questo fronte, l’Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI) ha condotto una delle campagne di sensibilizzazione più capillari della sua storia.

Le 129 Camere Penali territoriali hanno costituito il comitato “Vota Sì, è giusto!”, rivendicando la riforma come un obiettivo atteso dall’avvocatura penalista da oltre trent’anni. La mobilitazione si è concretizzata in maratone oratorie in diverse piazze italiane — con una grande manifestazione a piazza Santi Apostoli a Roma — e in gazebo informativi pensati per il confronto diretto con i cittadini. L’UCPI ha inoltre diffuso un decalogo con i dieci motivi per votare sì e avviato una serie podcast per approfondire i contenuti della riforma.

Sul fronte opposto, l’Associazione Nazionale Magistrati e altri soggetti del fronte del no hanno contestato l’impianto della riforma, denunciando a loro volta quello che definiscono un uso strumentale del dibattito pubblico. Il confronto tra le due posizioni è rimasto aspro per tutta la durata della campagna.

Il caso Gratteri: le parole, le polemiche, la risposta dei penalisti

A rendere ancora più acceso il clima ha contribuito, a febbraio, una controversia innescata dalle dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri. In un’intervista al Corriere della Calabria, il magistrato aveva sostenuto che a votare sì sarebbero prevalentemente «indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere» che temerebbero una giustizia più efficiente, contrapponendoli al fronte del no, composto — a suo dire — da «persone perbene» che credono nella legalità.

Le dichiarazioni avevano suscitato una reazione immediata e durissima da parte delle Camere Penali, che le avevano definite «di inaudita gravità». L’UCPI aveva accusato Gratteri di aver ricondotto milioni di potenziali elettori a una «categoria di sospetti», trasformando una scelta democratica in un giudizio morale sulla persona. I penalisti avevano parlato di «greve propaganda» e «moralismo antipluralista», capaci di inquinare il confronto su una riforma di rilievo costituzionale.

Successivamente, ospite della trasmissione Piazzapulita, Gratteri aveva precisato di riferirsi a «centri di potere che traggono vantaggio dal sistema» e non all’insieme dei sostenitori del sì, negando di aver generalizzato. Una distinzione che non aveva tuttavia placato le polemiche. L’UCPI aveva infine auspicato un intervento del Presidente della Repubblica, nella sua veste di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, affinché il magistrato fosse richiamato a un confronto più rispettoso del merito della riforma.

Il dato su Siracusa

Il dato di Siracusa , trenta richieste di voto, un numero che non trova riscontro nelle consultazioni precedenti,  appartiene alla sfera della partecipazione democratica. Che dietro vi sia una maggiore informazione, una campagna più visibile del solito o semplicemente una consultazione percepita come più vicina agli interessi di chi vive la giustizia dall’interno, è impossibile stabilirlo. Quel che è certo è che, in un referendum sulla giustizia, anche chi è ristretto in un istituto penitenziario ha scelto di dire la sua.