Maurizio Zoppi

Scrivo, parlo, respiro... ma non sempre in quest’ordine

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   C’è una messa che verrà celebrata allo ZEN. L’arcivescovo Corrado Lorefice arriverà nel quartiere per pregare, per parlare, per provare a rimettere insieme i cocci di una comunità che ormai vive in apnea. Una messa di pace, di ascolto, di speranza. Necessaria. Giusta. Ma drammaticamente simbolica.

 Perché mentre si prepara l’altare, allo ZEN c’è chi si riprende con il telefono mentre spara in aria colpi di arma da fuoco, balla, ride, si esibisce. Video che girano sui social, ma che restano comunque atroci. Non è una bravata. Non è una “ragazzata”. È una rappresentazione plastica di qualcosa che sta marcendo da tempo. E allora partono le solite domande. Le solite analisi. Le solite parole: guerre di mafia, regolamenti di conti, faide, segnali, intimidazioni. Tutto serve per cercare una logica. Ma la verità è che la logica non è criminale. È sociale. Il problema non è una guerra. 

Il problema è che allo ZEN non c’è più nessuna struttura che tenga insieme il quartiere, né legale né illegale. Non c’è più chi “comanda”, non c’è più nemmeno un ordine criminale che regoli il caos. E lo Stato, allo ZEN, non ha mai davvero comandato. E non è mai stato davvero amato. Basta guardare come è stato costruito quel quartiere, come è stato lasciato, come è stato abbandonato. I

l risultato è sotto gli occhi di tutti: giovani che crescono dentro un disagio sociale enorme, dove l’unica via che si riesce a immaginare è lo spaccio, il furto di motociclette, la manovalanza criminale, la malavita come mestiere. Ma la domanda più grande resta una sola: Come fa la cocaina a entrare così facilmente allo ZEN? E perché continua a entrare? Ogni giorno. Ogni notte. 

La notte, allo ZEN 2, la gente entra per “farsi il pezzo”, per comprare cocaina e tornare a divertirsi altrove. Dentro il quartiere tutti sanno nomi, cognomi, ruoli, viuzze, turni. Si sa chi spaccia, chi fa ricettazione, chi custodisce, chi smista. È tutto alla luce del sole. Ed è proprio questa normalità a fare più paura. Perché quando tutto è normale, vuol dire che è diventato sistema. Allo ZEN non c’è solo povertà. C’è una dipendenza collettiva: dalla droga, dal denaro facile, dal “tanto qui non cambia niente”. Una polvere bianca che ha livellato tutto: giovani, adulti, famiglie, rapporti, futuro. 

La messa servirà. Ma non basterà. Perché prima di chiedersi chi spara, bisognerebbe chiedersi chi compra. Prima di parlare di “baby gang”, bisognerebbe parlare di una città che di notte entra allo ZEN per drogarsi e poi finge di non sapere. 

E mentre ci indigniamo per i colpi in aria, i colpi veri li stiamo sparando noi, ogni volta che facciamo finta di non vedere da dove arrivano le nostre notti “divertenti”. Allo ZEN non c’è solo cronaca. C’è uno specchio. E quello che riflette, fa paura.   

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