Quante volte pensiamo che una collina “stia ferma” solo perché è lì da sempre? Eppure in Italia le frane censite superano 636.000 e interessano oltre l’8% del territorio nazionale: numeri che danno la misura di quanto sia fragile il suolo su cui viviamo.

A Niscemi, nell’altopiano in provincia di Caltanissetta, questa fragilità è diventata improvvisamente visibile: un lungo costone di roccia, circa mezzo chilometro, si è formato dove fino a poco prima passava la strada provinciale SP12, la via che collega il paese alla statale Gela-Catania.

Le conseguenze sono state immediate: evacuazioni, strade chiuse, persone accolte nel palazzetto “Pio La Torre”, e una corsa contro il tempo per capire se lo smottamento sia circoscritto o se riguardi un fronte più ampio del quartiere Sante Croci.

E qui nasce la domanda che conta davvero per chi vive sul posto: perché l’altopiano sta cedendo? La risposta non è “c’è fango e scivola” ma un insieme di meccanismi geologici e idrologici in cui l’acqua gioca un ruolo decisivo, spesso invisibile.

Cosa è successo a Niscemi

Secondo la ricostruzione locale, lo smottamento si è verificato dopo giorni di maltempo: il terreno è franato e “si è creato un costone di roccia lungo circa mezzo chilometro” lungo la SP12.

Il lavoro tecnico è doppio: capire quanto sia esteso lo smottamento e verificare se ci sia un collegamento con un precedente fenomeno del 16 gennaio, che aveva interessato l’area di Belvedere-Canale e la SP12.

Sul campo operano tecnici comunali, Dipartimento regionale di Protezione civile e Vigili del Fuoco; la catena di coordinamento si è attivata anche a livello nazionale, con un punto di situazione in Unità di crisi.

Perché l’altopiano sta cedendo: l’acqua come “interruttore” della frana

Dire che “ha piovuto tanto” è vero ma non basta. Per capire il cedimento di un altopiano bisogna immaginare il terreno come un sistema a strati: blocchi più rigidi, livelli più deboli (spesso argillosi), fratture, micro-vuoti e pori. Quando arriva molta pioggia, l’acqua non resta solo in superficie: infiltra, scende, si accumula.

È qui che entra in gioco un concetto chiave, spesso citato dai geologi: la pressione dell’acqua nei pori del terreno, detta anche pressione neutra (o pore-water pressure). In parole semplici: quando i pori si riempiono d’acqua, quella spinta “solleva” parte del peso che teneva compatti i granuli e gli strati. Il risultato è che diminuisce l’attrito interno e il versante diventa più facile da far scivolare. Questa dinamica è documentata in studi e materiali tecnici sul rapporto tra piogge e incremento di pressione nei pori, con accelerazioni dei movimenti in periodi piovosi.

Detto ancora più chiaramente: l’acqua può funzionare come un lubrificante tra gli strati, riducendo la resistenza al taglio. È uno dei motivi per cui molte frane si innescano durante o subito dopo eventi meteorologici intensi.

Scivolamento rotazionale: quando la collina “ruota” su una superficie curva

Quando si parla di frana, spesso immaginiamo un “taglio netto” e materiale che scende. In realtà esistono diversi tipi di movimento. Uno dei più comuni in contesti argillosi o stratificati è lo scivolamento rotazionale: la superficie di rottura non è piatta, ma curva, “a cucchiaio”. Il blocco di terreno può ruotare leggermente all’indietro nella parte alta mentre scende, come spiegato su BGS.

Questo tipo di cinematismo spiega perché, in alcuni casi, compaiono crepe e abbassamenti a monte, mentre più a valle si osservano rigonfiamenti o fratture improvvise. È un comportamento coerente con versanti che cedono “per fasi”, non sempre in un solo colpo.

Colamento: quando il materiale si comporta quasi come una massa densa

L’altro scenario tipico, soprattutto quando c’è tanta acqua e materiali fini, è il colamento (earthflow): la massa non si muove come un blocco compatto, ma come un impasto denso che scorre lentamente o rapidamente a seconda della pendenza e della quantità d’acqua. Anche qui, la saturazione è spesso il fattore che cambia le carte in tavola. Approfondimento: I tipi di frane.

Caltanissetta e Niscemi: cosa conta della geomorfologia locale

Parlare di “geomorfologia” non significa fare lezione universitaria: significa ricordare che il territorio ha una storia geologica che pesa sul presente.

Niscemi si trova su un altopiano che fa da limite verso la piana di Gela, con colline inclinate e un assetto che può favorire instabilità lungo versanti e scarpate quando cambiano le condizioni idriche. Qui una relazione.

Nella Sicilia centro-meridionale, inoltre, sono diffuse successioni con argille e argille marnose e, nel bacino di Caltanissetta, livelli legati alla Serie gessoso-solfifera (evaporiti) incastonati tra unità argillose: materiali molto diversi tra loro che, a seconda di come sono disposti, possono creare “piani deboli” o zone di scorrimento preferenziale.

In pratica: se un livello argilloso si imbibisce e perde resistenza, e sopra c’è materiale più rigido o più pesante, il sistema può diventare instabile. Non è un destino inevitabile, ma è una predisposizione che la pioggia intensa può attivare.

Il dettaglio tecnico che spiega tutto: pressione neutra e attrito “che sparisce”

Ecco il passaggio chiave:

  1. Il terreno è un insieme di particelle con vuoti (pori).
  2. In condizioni asciutte o poco bagnate, l’aria e piccole quantità d’acqua nei pori permettono ai granuli di “tenersi” meglio.
  3. Quando arriva molta pioggia e il terreno si satura, i pori si riempiono d’acqua.
  4. L’acqua nei pori aumenta la pressione neutra.

Questa pressione riduce lo “schiacciamento” efficace tra i granuli (in geotecnica si parla di tensioni efficaci), quindi calano attrito e resistenza. Se il peso del versante supera la resistenza residua, il pendio cede: scivola, ruota o cola.

Materiali tecnici e guide descrivono proprio l’aumento di pressione in condizioni “non drenate” e il ruolo dell’acqua nel modificare l’equilibrio del versante. Approfondimento: Fenomeni di dissesto idrogeologico.

Cosa aspettarsi adesso: monitoraggi, rilievi e tempi (realistici) della sicurezza

Dopo una frana importante, la domanda è sempre: “quando si torna a casa?”. La risposta, per quanto si voglia rassicurare, dipende da dati che si raccolgono con:

  • sopralluoghi e rilievi geologici;
  • verifica di nuove crepe e movimenti;
  • controlli su drenaggi, fossi, sottoservizi, carreggiate;
  • eventuale strumentazione (piezometri, inclinometri) se il rischio persiste.

Il fatto che i tecnici stiano verificando una possibile correlazione con un evento precedente indica un approccio corretto: una frana può essere un episodio isolato, ma può anche essere il segnale di un versante “già in lavoro” che si riattiva con la pioggia.

Cosa può fare un cittadino: segnali da non ignorare e buone pratiche

Senza allarmismi, ci sono segnali che vanno presi sul serio, soprattutto dopo piogge forti:

  • crepe nuove su muri, pavimenti, asfalto;
  • porte/finestre che iniziano a “strusciare” senza motivo;
  • piccoli rigonfiamenti del terreno o avvallamenti improvvisi;
  • acqua che compare dove prima non c’era (sorgive, rivoli, fango umido persistente);
  • rumori di assestamento, caduta di pietre, distacchi.

In caso di dubbio: segnalare al Comune o alla Protezione civile locale e attenersi alle ordinanze. Le evacuazioni precauzionali sono impopolari, ma servono proprio quando i tecnici devono valutare l’evoluzione senza mettere vite a rischio.

FAQ: le domande che molti stanno facendo

La frana è sempre colpa del “maltempo”?

No. La pioggia spesso è il fattore scatenante, ma conta la predisposizione del versante: materiali, strati, drenaggio e tagli stradali possono aumentare il rischio.

Cos’è la “pressione neutra” in parole povere?

È la pressione dell’acqua dentro i pori del terreno. Se aumenta, diminuisce l’attrito interno e il pendio può cedere più facilmente.

Che differenza c’è tra scivolamento rotazionale e colamento?

Nel rotazionale il terreno scivola su una superficie curva e può “ruotare”; nel colamento il materiale si muove come una massa densa, più simile a un impasto.

Perché i numeri degli evacuati cambiano (500 o 1000)?

Durante le prime ore il perimetro di sicurezza può allargarsi o restringersi. Le stime possono riferirsi a zone diverse o a aggiornamenti successivi.

Quanto tempo serve per dire che un’area è sicura?

Dipende dai rilievi e dall’evoluzione del versante, soprattutto se continua a piovere. Per questo contano monitoraggi e ordinanze locali.

Foto: EDA Communication.