A Roma, dentro una chiesa che ogni giorno accoglie fedeli, turisti e studenti, un dettaglio scolpito ha acceso una polemica destinata ad allargarsi. Nella Basilica di San Lorenzo in Lucina, uno degli angeli accanto al busto di Umberto II di Savoia è stato ritoccato nel volto. Oggi, secondo diverse segnalazioni, i tratti ricordano quelli di Giorgia Meloni. Un particolare che, in un luogo di alto valore storico, ha fatto scattare allarmi e richieste di intervento immediato.
L’intervento non porta la firma di restauratori professionisti. A eseguirlo sarebbe stato un volontario, identificato come Bruno Valentinetti (candidato nelle file de La Destra – Fiamma Tricolore nel primo municipio di Roma). Nessun cantiere ufficiale. Nessuna comunicazione pubblica preventiva. È bastato questo per sollevare una domanda semplice e inquietante: chi controlla davvero ciò che accade sui beni tutelati?
La notizia, riportata da la Repubblica, ha innescato una reazione politica netta. La capogruppo del Partito democratico in commissione Cultura alla Camera, Irene Manzi, ha chiesto un intervento formale del Ministero della Cultura:
“Chiediamo che il Ministro della Cultura Alessandro Giuli attivi immediatamente la Soprintendenza di Roma in merito alla notizia riportata da la Repubblica relativa al restauro della basilica di San Lorenzo in Lucina. Quanto emerso non è accettabile. L’ipotesi che un intervento di restauro su un bene tutelato possa aver prodotto un’immagine riconducibile a un volto contemporaneo rappresenta una potenziale e grave violazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio, che vieta alterazioni arbitrarie, personalizzazioni e interventi non strettamente fondati su criteri scientifici e storico-artistici. Il patrimonio culturale italiano non può essere piegato a letture improprie né tantomeno trasformato attraverso operazioni che ne compromettano l’autenticità e il valore storico. Indipendentemente dal fatto che si tratti del volto di Giorgia Meloni, riteniamo indispensabile un intervento immediato della Soprintendenza, finalizzato ad accertare i fatti, verificare la regolarità degli interventi effettuati e disporre il ripristino. La tutela dei beni culturali è un dovere pubblico e una responsabilità istituzionale che non ammette ambiguità né ritardi”.
Perché un ritocco può diventare un caso nazionale
Il punto non è solo la somiglianza con un volto contemporaneo. Il nodo sta nel metodo. Il Codice dei beni culturali vieta interventi arbitrari e personalizzazioni su opere tutelate. Ogni restauro deve basarsi su criteri scientifici, documentati e verificabili. Nulla può essere lasciato all’iniziativa individuale, nemmeno quando si parla di volontariato.
In pratica, questo significa che:
- ogni intervento deve essere autorizzato dagli organi competenti;
- i lavori devono essere eseguiti da professionisti qualificati;
- ogni modifica deve puntare al ripristino, non all’interpretazione personale;
- eventuali errori vanno corretti, fino al ripristino dello stato precedente.
È qui che si innesta la richiesta di un accertamento formale da parte della Soprintendenza di Roma. Serve capire cosa è stato fatto, come e con quali autorizzazioni. E, soprattutto, se l’opera possa tornare com’era.
Se anche nei luoghi più sorvegliati può accadere un intervento fuori controllo, resta da capire quanto sia solido il sistema di tutela che dovrebbe proteggere il patrimonio di tutti. E se davvero basti la buona fede quando in gioco c’è la memoria storica collettiva.






Commenta con Facebook