di Antonio Caputo

A due settimane dallo scorso 25 gennaio, quando la terra ha ripreso a scivolare riattivando un fronte franoso che riporta alla precedente frana del 1997 che interessò anche allora il quartiere Sante Croci, Niscemi vive una quotidianità sospesa. Oltre 1.500 residenti hanno abbandonato le proprie abitazioni, mentre la linea di frana si estende per più di quattro chilometri sui versanti collinari Ovest e Sud, interrompendo collegamenti provinciali e compromettendo l’economia del territorio. Penalizzati dalla chiusura della Sp10 e della Sp12 sono infatti i tanti produttori e lavoratori del comparto agricolo, costretti a percorrere per la Sp11 – conosciuta ai più per via di numerosi incidenti stradali – per raggiungere le proprie aziende, con un incremento di costi e tempi.

Venti le imprese nella zona interdetta

La cosiddetta “zona rossa”, una fascia di sicurezza di circa 150 metri dal margine del dissesto, ha comportato non solo l’abbandono di centinaia di abitazioni ma anche la chiusura di numerose attività commerciali, molte delle quali concentrate attorno alla ‘Piazza Vittorio Emanuele’, da sempre centro della vita sociale cittadina. Ristoranti, pizzerie, pub e stabilimenti produttivi hanno abbassato le serrande, in attesa di comprendere se e quando sarà possibile riaprire.

Di fronte all’emergenza, una ventina di imprese direttamente coinvolte hanno scelto di unire le forze, costituendo ufficialmente il ‘Comitato Attività Produttive’ colpite dalla frana. Tra i promotori figurano Massimiliano Longo, Massimo Blanco e Francesco Di Puma, che rappresentano, assieme ad altri cittadini, le istanze di un tessuto imprenditoriale duramente colpito.
Le richieste avanzate dal Comitato riguardano per lo più lo snellimento delle procedure amministrative, certezze sui tempi e sulle modalità di accesso ai ristori, e l’individuazione di soluzioni tempestive per garantire la continuità delle attività. «Non molleremo di un attimo l’attenzione su questa vicenda» – si esprime così Vincenzo Ferranti, imprenditore e membro del Comitato. Una determinazione condivisa da un tessuto produttivo che rispetto al ’97 è più numeroso e articolato.

Il Molino del ‘Trappeto’ chiuso dopo soli tre mesi

Tra le vicende che fotografano l’impatto dell’evento franoso vi è quella del nuovo Molino-Pastificio inaugurato il 19 ottobre scorso nel quartiere Trappeto, nato dall’iniziativa dei soci Vincenzo Ferranti e Francesco Di Puma. Un investimento cospicuo, macchinari di ultima generazione e tredici dipendenti assunti, molti dei quali under 35. Un progetto che coniuga innovazione e tradizione, insediatosi sull’area di uno storico molino restituito alla comunità niscemese.
Appena poco più di tre mesi dall’inaugurazione, l’attività è stata costretta a fermarsi. Lo stabilimento si trova in prossimità della linea di demarcazione dei 150 metri dal fronte franoso, in un’area dove la viabilità risulta compromessa e una delle strade utilizzate per lo scarico delle merci è oramai inagibile. I tredici dipendenti sono in cassa integrazione dal 26 gennaio.
L’attività del Molino sarebbe dovuta entrare pienamente a regime da giugno con l’avvio della molitura, unitamente alla produzione di pasta fresca prodotta in loco con sistemi innovativi. Ora tutto è sospeso. I contratti stipulati con agricoltori locali le coltivazioni di grano antico, già programmate a novembre e dicembre, rischiano di saltare. Molte materie prime sono già in fase di deterioramento e comportano una perdita significativa.

Il racconto di uno dei soci

“In queste condizioni non è più possibile garantire la continuità operativa in questo sito” – ci racconta uno dei soci. L’obiettivo era contribuire alla rinascita del quartiere, con un’attività situata in prossimità di un edificio scolastico anch’esso adiacente alla zona rossa. Una storia imprenditoriale recente, costruita su sacrifici e fiducia nel territorio, che oggi si confronta con l’imprevedibilità del fenomeno geologico e con l’urgenza di risposte concrete per non disperdere investimenti, posti di lavoro e prospettive di sviluppo.

Le attività del centro storico e l’incertezza condivisa

Marco Gagliano, proprietario di un pub oggi chiuso, situato in uno dei vicoli storici del centro, ha vissuto in prima persona l’emergenza. Un’area che fino a poche settimane fa ospitava diverse attività commerciali e costituiva uno dei principali luoghi di aggregazione della comunità è adesso inaccessibile.
Nei giorni successivi alla frana del 25 gennaio, Marco ha cercato di recuperare dal locale il maggior numero possibile di attrezzature, prestando assistenza anche ad altri commercianti nella messa in sicurezza di materiali e strumentazioni. Un gesto spontaneo, dettato dal senso di appartenenza a una rete di attività che rappresentano non solo esercizi commerciali, ma autentici presìdi identitari e di ritrovo per la città.
In quel vicolo si trovavano ristoranti e locali storici, spazi di socialità che rappresentavano l’identità di Niscemi e che richiamavano anche residenti dei comuni limitrofi. Oggi il rischio concreto è che la città perda proprio questa vitalità, questo tessuto relazionale costruito nel tempo. Non è ancora chiaro se e quando quegli spazi torneranno a essere pienamente fruibili e accessibili.
Quanto emerge da queste vicende evidenzia la specificità del ‘caso’ Niscemi, una situazione che richiede un approccio differenziato rispetto agli interventi previsti per i danni causati dal Ciclone Harry. L’unicità del fenomeno franoso, con le sue caratteristiche geologiche e il suo impatto prolungato nel tempo, necessita di misure ad hoc che tengano conto della natura strutturale del dissesto.
Resta tuttavia la speranza, condivisa da cittadini e imprenditori, che questa volta gli interventi siano strutturali e risolutivi, per evitare che quanto accaduto dopo la frana del ‘97 possa ripetersi. E che le attività produttive, possano ottenere risposte concrete per salvaguardare anni di lavoro, investimenti e fiducia nel territorio.

Antonio Caputo