Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani avverte il dovere civile e morale di riportare all’attenzione dell’opinione pubblica e della comunità scolastica la storia di Giuseppe Torre, una vicenda che interroga profondamente la coscienza collettiva e richiama la responsabilità educativa di chi quotidianamente opera nelle aule. Ricordare Giuseppe non significa soltanto evocare una data o un episodio di cronaca, ma restituire dignità e voce a un giovane la cui esistenza è stata spezzata da una violenza mafiosa cieca e brutale, consumatasi nel territorio di Misterbianco, in provincia di Catania.

Giuseppe Torre era figlio – omonimo – di un pregiudicato affiliato al clan Epaminonda, ucciso il 23 settembre 1982 a Milano. Una circostanza che avrebbe potuto segnare irreversibilmente il suo destino, ma che egli scelse consapevolmente di non ereditare. Cresciuto a Misterbianco, conduceva una vita semplice e regolare; lavorava come apprendista meccanico e coltivava i sogni e le speranze proprie di un ragazzo di diciotto anni, determinato a costruirsi un futuro onesto e autonomo, lontano da ogni logica criminale.

La madre si era rifatta una vita legandosi sentimentalmente a Gaetano Nicotra, fratello di Mario, reggente dei cosiddetti “Tuppi”. Questo intreccio familiare, del tutto estraneo alle scelte personali del giovane, fu però sufficiente, agli occhi dei clan rivali, a trasformarlo in un bersaglio. Giuseppe non aveva alcun contatto con i Nicotra e non era coinvolto in vicende di mafia.

Nel clima di tensione e conflitto tra il gruppo del Malpassotu, espressione dei Santapaola-Ercolano, e i “Tuppi”, maturò il sospetto – infondato – che il giovane potesse fornire viveri o informazioni utili agli avversari. Fu così che si decise di sequestrarlo per estorcergli notizie e riaffermare il controllo del territorio.

La sera del 16 febbraio 1992, nel centro di Misterbianco, Giuseppe si trovava in piazza con alcuni amici quando la sua presenza venne segnalata al gruppo mafioso. A bordo di una Lancia Thema con un lampeggiante sul tetto, per simulare un’auto civetta delle forze dell’ordine, alcuni esponenti del clan fecero irruzione chiedendo i documenti ai ragazzi presenti. Una volta identificato Giuseppe, lo costrinsero a salire in macchina con il pretesto di un controllo. Da quel momento, di lui non si seppe più nulla.

Tra la notte del 16 e il 17 febbraio 1992, in un luogo di prigionia situato nel territorio di Misterbianco (CT), Giuseppe Torre, appena diciottenne, venne interrogato, torturato e infine ucciso. Non possedeva alcuna informazione da rivelare, ma non fu creduto. Subì violenze brutali e il suo corpo venne distrutto con il cosiddetto metodo dei “copertoni”, nel tentativo di cancellare ogni traccia del delitto. Nemmeno la sua giovane età riuscì a sottrarlo alla ferocia del clan.

Per anni la famiglia visse nell’angoscia dell’assenza e dell’incertezza. Solo molto tempo dopo, grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e agli sviluppi investigativi, fu possibile ricostruire la verità sull’omicidio avvenuto a Misterbianco e restituire giustizia alla memoria di un ragazzo innocente, del tutto estraneo a scelte e appartenenze mafiose.

Di fronte a una storia così dolorosa, maturata nel cuore di una comunità civile, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ribadisce che la memoria deve tradursi in responsabilità educativa. Non basta commemorare: occorre comprendere e far comprendere. Per questo proponiamo un percorso di “biografia civile” che restituisca centralità alla vita delle vittime innocenti, non soltanto alla dinamica della loro morte. Raccontare chi erano, quali sogni coltivavano e quali scelte di libertà avevano compiuto significa sottrarli definitivamente alla narrazione criminale e riconsegnarli alla comunità educante.

In questo impegno il ruolo dei docenti è decisivo. Gli insegnanti rappresentano un presidio culturale e umano contro le attuali forme di violenza, marginalità e disagio sociale. Attraverso una didattica inclusiva, fondata sull’ascolto e sulla valorizzazione delle differenze, la scuola può prevenire dinamiche di esclusione, contrastare ogni forma di sopraffazione e promuovere il rispetto della dignità di ogni persona. È in questa alleanza educativa che si radica la risposta più autentica alla violenza mafiosa: la formazione di coscienze consapevoli, solidali e capaci di scegliere la legalità come orizzonte di dignità e di speranza.

prof.ssa Giovanna De Lucia Lumeno

CNDDU


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