200 milioni di euro in meno rispetto a quanto dovuto. Ed è un taglio costante negli ultimi otto anni. A tanto ammonta il mancato trasferimento dal Fondo di solidarietà comunale, gestito dal Ministero dell’Economia e delle finanze, ai comuni siciliani. Una stangata tutta da attribuire ai criteri adottati dalla burocrazia ministeriale. Per Anci Sicilia, che ha commissionato uno studio per quantificare la mancata assegnazione dei fondi, è il momento di aprire un tavolo negoziale e, in caso estremo, avviare un contenzioso legale.
Il conto del Ministero basato sulla “spesa storica”
Dal 2016, nonostante l’impegno costante dei Comuni siciliani nella raccolta e trasmissione dei dati sui fabbisogni standard, per la Sicilia la distribuzione della quota del Fondo di solidarietà comunale continua a basarsi in larga parte sulla spesa storica, determinando una penalizzazione stimata in circa 200 milioni di euro annui.
Fino ai primi anni Duemila, le risorse destinate a Regioni, Province e Comuni venivano erogate in base al criterio delle risorse storiche. Nel 2001, la riforma del Titolo V della Costituzione ha stabilito l’introduzione di un fondo perequativo da distribuire in modo equo agli enti dotati di minori capacità di autofinanziamento. Affinché anche questi avessero le risorse per garantire i servizi essenziali, nel 2009, sono stati introdotti i fabbisogni standard: indicatori che stimano il fabbisogno finanziario, di cui necessitano gli enti locali (dal trasporto pubblico ai servizi sociali, dagli asili nido alla polizia locale) considerando variabili come popolazione e territorio.
Amenta e Alvano, “penalizzazione ingiusta”
“Peccato, però – hanno spiegato il presidente Paolo Amenta e il segretario generale, Mario Emanuele Alvano – che dal 2016, nonostante l’impegno costante dei Comuni nella raccolta e trasmissione dei dati sui fabbisogni standard, per la Sicilia la distribuzione della quota del Fondo di solidarietà comunale continua a basarsi in larga parte sulla spesa storica, determinando una penalizzazione stimata in circa 200 milioni di euro annui”.
Secondo le elaborazioni disponibili, per i Comuni siciliani il fabbisogno standard, la stima cioè della spesa necessaria per l’esercizio delle funzioni fondamentali, è stimato in circa 461 euro per abitante. Nel 2026, invece, il Fondo di solidarietà comunale ha assegnato ai Comuni dell’Isola risorse pari a circa 137 euro pro capite, ancora basate su criteri storici.
Il doppio svantaggio per i comuni siciliani
I Comuni siciliani si trovano così in una condizione di “doppio svantaggio”: da un lato sono valutati sulla base di fabbisogni standard efficientati, dall’altro ricevono risorse ancora legate alla spesa storica. Ma c’è di più: “Come se non bastasse, appare singolare che, nel corso del 2026, siano state riconosciute maggiori risorse per soli centomila euro ad un solo Comune tra i 391 dell’Isola, circostanza che rafforza l’esigenza di un intervento equo e generalizzato”, hanno affermato Amenta e Alvano.
“Preso atto che i confronti avviati nel 2025 con il Mef non hanno prodotto i risultati auspicati, ANCI Sicilia ritiene doveroso tutelare gli interessi dei Comuni dell’Isola, spesso in condizioni di difficoltà finanziaria anche per effetto dei mancati trasferimenti, ricorrendo, ove necessario, anche all’azione legale – hanno aggiunto -. Siamo di fronte a scelte che rischiano di cristallizzare, se non addirittura ampliare, le disuguaglianze territoriali in palese contrasto con i principi costituzionali di autonomia, solidarietà e perequazione”.
“Anci Sicilia chiede pertanto al Governo nazionale e al Mef l’aggiornamento immediato delle basi dati utilizzate per il calcolo del Fondo di solidarietà comunale, il pieno utilizzo dei fabbisogni standard e della capacità fiscale dei Comuni siciliani, l’applicazione della componente perequativa, al fine di garantire pari diritti di cittadinanza e dei Livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio nazionale – conclude Amenta, auspicando l’avvio di un confronto serio con le istituzioni competenti –. I Comuni hanno fatto la loro parte. Ora lo Stato deve garantire regole e risorse eque”.






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