Si chiude oggi, tra le mura del carcere di Opera, uno dei capitoli più oscuri e feroci della storia criminale italiana. Benedetto “Nitto” Santapaola, il “cacciatore” di Catania, è deceduto all’età di 87 anni mentre scontava il regime di 41 bis. Con la sua morte scompare l’ultimo grande stratega della mafia orientale, l’uomo che riuscì a saldare la violenza bruta dei Corleonesi alla raffinatezza corruttiva della “borghesia mafiosa”.

L’ascesa: dal quartiere al vertice della Cupola

Nato nel degradato quartiere di San Cristoforo nel 1938, Santapaola non è stato solo un boss, ma un architetto del potere. La sua scalata inizia negli anni ’70, quando con un’astuta e sanguinosa manovra politica si schiera al fianco di Totò Riina. Tradendo la vecchia guardia catanese di Giuseppe Calderone, Santapaola trasforma Catania in una roccaforte dei Corleonesi, garantendo alla “famiglia” un posto d’onore nella Commissione regionale di Cosa Nostra.

Una scia di sangue e condanne

Il curriculum giudiziario di Santapaola è un elenco di orrori che hanno trafitto il cuore delle istituzioni italiane.  Il nome di Santapaola resterà per sempre legato alla strage di via Carini, dove nel 1982 cadde il generale Carlo Alberto dalla Chiesa: un delitto che segnò il punto di non ritorno nella sfida mafiosa alle istituzioni. Due anni dopo, la sua firma si palesò dietro l’esecuzione di Giuseppe Fava, il giornalista che con lucida premonizione aveva raccontato i legami tra il clan e i “cavalieri del lavoro”. Fava fu ucciso perché aveva osato guardare dietro la maschera di rispettabilità che Santapaola si era costruito, svelando come il boss fosse in grado di dialogare con la classe dirigente mentre i suoi sicari seminavano il terrore.

Quella scia di morte proseguì inarrestabile fino ai primi anni Novanta, vedendo Santapaola sedere tra i membri della Cupola che decretarono l’annientamento di Giovanni Falcone a Capaci e l’attacco frontale agli apparati investigativi, testimoniato dall’assassinio dell’ispettore Giovanni Lizzio. Non era solo violenza, era una strategia di sterminio mirata a proteggere un impero basato sul controllo degli appalti e sul condizionamento della vita civile.

Il volto del “colletto bianco”

La vera pericolosità di Santapaola risiedeva nella sua capacità di mimetizzarsi. È stato il promotore di una mafia “di governo”, capace di sedere allo stesso tavolo di politici e dei famigerati “cavalieri del lavoro”. Sotto la sua egida, il clan ha infiltrato i grandi appalti pubblici, controllando l’economia della Sicilia orientale attraverso il racket, la droga e una fitta rete di prestanome.

La fine di un’era

La sua latitanza si era interrotta il 18 maggio 1993, in un casolare di Caltagirone. Da allora, per oltre trent’anni, il carcere duro è stato il suo unico orizzonte. La Procura di Milano ha ora disposto l’autopsia per confermare le cause naturali del decesso, ma il dato politico e criminale è già scolpito: con Santapaola muore il simbolo di una mafia che voleva essere Stato, lasciando dietro di sé una scia di vedove, orfani e un’intera città che ancora oggi lotta per liberarsi dalla sua eredità velenosa.