C’è una storia che comincia con una valigia e finisce in un’aula di tribunale. In mezzo, ci sono il sole di Noto, un anziano signore venuto dal Nord, forse una famiglia ritrovata sul finire della vita, e un testamento che adesso è al centro di tutto.

Al Tribunale di Siracusa si aprirà a breve un processo che ha i contorni di una vicenda all’italiana: tre imputati, tutti residenti a Noto, tra cui un agente di polizia in servizio, accusati di falso in relazione a un documento che, secondo la Procura, non sarebbe mai stato scritto da chi avrebbe dovuto scriverlo.

La fuga verso il sole

Bisogna immaginarlo, questo pensionato friulano. Un uomo che ha trascorso gran parte della sua vita sotto i cieli grigi del Nordest, tra le nebbie della pianura padana e il freddo pungente delle montagne. Un uomo che a un certo punto, forse dopo aver perso la moglie, forse dopo aver sentito addosso il peso degli anni, ha preso una decisione radicale: andarsene. Lasciare tutto, o quasi, e cominciare a vivere davvero.

La scelta cade su Noto, il gioiello barocco del Siracusano, con i suoi vicoli dorati che sembrano scolpiti nella luce, il profumo di zagara in primavera, il mare a pochi chilometri, al Lido. Una città che non somiglia in niente al Friuli. E forse è proprio questo che cercava.

La pace a Noto

L’anziano ci mette radici. Acquista una villetta al Lido di Noto, una casa di campagna nei dintorni. Accumula i suoi risparmi con la parsimonia tipica di chi ha vissuto il dopoguerra. E poi, soprattutto, trova qualcosa che forse non si aspettava: delle persone vicine. Dei vicini di casa — stando almeno alla ricostruzione degli imputati e dei loro legali — che diventano qualcosa di più. Una presenza quotidiana, un appoggio concreto, quella forma di affetto informale che spesso supplisce ai vuoti lasciati dalla famiglia lontana.

“Tra il mio assistito e l’anziano c’era un rapporto molto familiare”, racconta l’avvocato Antonino Campisi, uno dei difensori. Un rapporto fatto di piccole cose, di assistenza, di compagnia. Di quelle attenzioni che, alla soglia dei novant’anni, valgono più di qualsiasi eredità.

L’uomo muore a novant’anni, dopo aver trovato, sembra, la sua pace meridionale. E lascia — sempre secondo questa versione — ciò che aveva a chi gli era stato vicino: la villetta al mare, la casa di campagna, i risparmi. Perfino una comunità sacerdotale con sede in Campania figura tra i beneficiari, a suggellare un legame spirituale che evidentemente aveva nutrito negli ultimi anni.

Quando arriva la lettera

Ma le storie, si sa, raramente finiscono in pace. E questa non fa eccezione.

La notizia del testamento e del suo contenuto arriva alle orecchie dei nipoti della moglie defunta dell’anziano. Parenti collaterali, tecnicamente. Persone che forse non erano state presenti negli ultimi anni di vita del vecchio signore friulano, ma che si sentono comunque legate, per vincoli di sangue e di affetto, a ciò che lui aveva costruito.

E quella carta, quel foglio su cui qualcuno avrebbe vergato le ultime volontà di un uomo di novant’anni, non li convince. Non li convince per niente.

Presentano denuncia. Nasce un’inchiesta. La Procura di Siracusa comincia a scavare, a confrontare, a ricostruire. E alla fine matura una tesi che è una accusa precisa: quel testamento, secondo i magistrati inquirenti, non sarebbe stato sottoscritto dall’anziano. Qualcuno, in altre parole, avrebbe messo mano al documento. Lo avrebbe alterato. Falsificato.

Sul banco degli imputati finiscono tre persone. Tutte residenti a Noto. Tra di loro, un agente di polizia — dettaglio che non è sfuggito agli osservatori, e che conferisce alla vicenda quel sapore amaro e paradossale che certi fatti di cronaca sanno regalare.

La difesa non ci sta

Ma la storia, ovviamente, ha anche un’altra faccia. E la difesa la racconta con decisione.

“Le perizie hanno dimostrato che il testamento non è stato scritto dai tre indagati”, dice senza giri di parole l’avvocato Campisi. Grafologi e consulenti tecnici avrebbero esaminato la scrittura, confrontato i tratti, analizzato l’inchiostro. E il loro verdetto, secondo la difesa, sarebbe netto: quella firma, quelle parole, non appartengono agli imputati.

Non solo. La difesa porta in campo testimonianze: persone pronte a raccontare del rapporto tra il pensionato e chi oggi è sotto processo, della cura ricevuta, della vicinanza nei momenti difficili. “Tante le circostanze che indicano come il pensionato abbia ricevuto molta assistenza”, sottolinea il legale.

In sintesi, la versione della difesa è questa: un vecchio solo, lontano dalla sua terra d’origine, trovò conforto e compagnia in alcune persone che gli vollero bene davvero. E decise, liberamente e lucidamente, di ricompensarle. Il testamento è autentico. La firma è sua. I parenti lontani contestare questa tesi che non accettano.

Chi ha ragione? Lo deciderà il Tribunale di Siracusa. Il processo inizierà a giugno.