Pasqua è fra poche settimane. L’estate è dietro l’angolo. E il Castello di Donnafugata, centomila visitatori l’anno, secondo sito culturale della Sicilia per affluenza dopo i grandi parchi archeologici, non ha ancora un gestore, un programma, una risposta.

Non è una dimenticanza. È il risultato di mesi di decisioni sbagliate, inversioni di rotta e silenzi imbarazzanti. Una storia che il Comune di Ragusa avrebbe preferito non raccontare. Qualcun altro, però, lo sta facendo al suo posto.

La soluzione partenariato

Primavera 2025. Il sindaco Peppe Cassì decide di affidare la gestione decennale del Castello di Donnafugata, insieme al Museo di Palazzo Zacco,  attraverso un partenariato pubblico-privato. Una scelta moderna, ambiziosa, coraggiosa. Cassì ne è il primo e più convinto sostenitore.

La procedura va avanti. Una commissione seleziona due operatori: Civita Sicilia srl e Logos Società Cooperativa. La loro proposta è concreta e dettagliata: almeno 24 addetti assunti a tempo indeterminato tra biglietteria, accoglienza e vigilanza. Contratti veri. Stipendi veri. Oltre un milione e mezzo di euro di monte salari nel primo triennio. Per la prima volta, i lavoratori del castello avrebbero smesso di essere fantasmi.

Il futuro sembra scritto. E invece.

Il dirigente, il blocco, la rimozione

5 dicembre 2025. Il dirigente del XII Settore del Comune di Ragusa ferma tutto. La documentazione prodotta da Civita e Logos, dice, è insufficiente: perplessità su investimenti e manutenzione ordinaria. La trattativa si interrompe. Il sindaco Cassì, quello stesso Cassì che aveva costruito l’intera operazione, annuncia sui social la conclusione negativa della procedura. Nessuna spiegazione articolata. Nessuna apertura a trattare. Sipario.

Poi arriva il dettaglio che cambia la lettura di tutto: quel dirigente viene rimosso dall’incarico. È Civita a rivelarlo, non il Comune. Una coincidenza? Forse. Ma in una vicenda già opaca, è una circostanza che pesa come un macigno e che alimenta una domanda a cui nessuno ha ancora risposto: perché davvero la trattativa è stata interrotta?

La giravolta del sindaco

Gennaio 2026. Cassì cambia tutto. Archiviato il partenariato, quella stessa creatura che aveva voluto e difeso,  il sindaco vira sul Terzo Settore e sui volontari. Una scelta che suona come una resa alle pressioni politiche che nelle settimane precedenti avevano trasformato il partenariato in un caso, accusando Civita di voler privatizzare un bene pubblico per intascare utili. Accuse che Civita respinge con forza, pubblicando integralmente il carteggio del tavolo negoziale: nessun utile facile, semmai il problema opposto — rendere economicamente sostenibile una gestione con lavoratori regolarmente assunti.

Ma il danno politico era fatto. E Cassì, evidentemente, aveva deciso che non valeva la pena difendersi.

Il nodo che nessuno vuole sciogliere

Il nuovo avviso del Comune parla di co-progettazione con il Terzo Settore. Di volontari. Di quella stessa gestione informale che va avanti da anni. E qui si arriva al cuore della questione, quella verità scomoda che a Palazzo dell’Aquila sembrano voler tenere lontana dai riflettori.

I cosiddetti volontari del Castello di Donnafugata non sono volontari. Sono lavoratori. Vendono biglietti, accolgono i turisti, vigilano sulle sale giorno dopo giorno, stagione dopo stagione. Senza contratto, senza contributi, senza tutele. La Procura ha già aperto un’inchiesta. Civita lo scrive senza giri di parole: quelle cause di lavoro arriveranno, il Comune le perderà e il conto, in termini di contributi, arretrati e danno erariale, sarà molto più salato di qualsiasi investimento fatto in modo corretto fin dall’inizio.

L’avviso sul Terzo Settore viene ritirato in tutta fretta, travolto dalle polemiche. Secondo tentativo, secondo fallimento. Il castello è di nuovo senza risposta. E Pasqua si avvicina.

Le domande

Con la gestione affidata ai dipendenti comunali, soluzione annunciata quasi come ripiego, restano sul tavolo interrogativi pratici e urgenti che nessuno sembra volersi porre. Civita li pone, invece, con precisione chirurgica: chi verificherà il rispetto delle norme di sicurezza all’interno del castello? Chi controllerà le procedure antincendio, per i lavoratori e per il pubblico? Domande tecniche, certo. Ma in un sito che accoglie centomila persone l’anno non sono dettagli. Sono obblighi di legge.

Il silenzio del Comune, su questo come su tutto il resto, è assordante.

Il conto alla rovescia

C’è un orologio che ticchetta, e Civita lo indica con precisione: i trenta giorni previsti per legge per rispondere alle richieste formali inviate al Comune stanno per scadere. Richieste rimaste senza risposta nonostante il cambio del dirigente responsabile — quella stessa rimozione silenziosa che Civita ha reso pubblica e che il Comune non ha commentato.

Le missive per le sedi giurisdizionali, annuncia la società, sono già pronte. Non è una minaccia retorica. È un ricorso concreto che potrebbe riaprire formalmente l’intera vicenda e costringere il Comune a rispondere — in tribunale — a tutte le domande che ha evitato di rispondere in piazza.

Una porta aperta

Tra le righe del comunicato di Civita si legge qualcosa di più di una battaglia legale. Si legge una proposta. La società rivendica di aver lavorato seriamente, a proprie spese, per costruire un’offerta che avrebbe dato al castello una gestione professionale e ai suoi lavoratori una dignità contrattuale. Quella proposta non è ritirata. Quella trattativa, interrotta in modo unilaterale secondo Civita, può essere riaperta.

Il messaggio al Comune di Ragusa è semplice: tornate al tavolo. Trovate un’intesa. Fate quello che andava fatto mesi fa.

Centomila turisti aspettano. I lavoratori del castello aspettano. L’estate non aspetta.


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