Un colpo di fucile alla nuca, il cadavere caricato in macchina e dato alle fiamme nelle campagne di Carlentini. È la storia di Salvatore Alfio Privitera, ucciso la sera del 5 gennaio scorso con una ferocia che non lasciava spazio a testimoni né a tracce.
O almeno, così credevano i suoi assassini. Questa mattina i Carabinieri dei Comandi Provinciali di Catania e Siracusa, su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia etnea, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di due uomini ritenuti responsabili dell’omicidio: Pietro Catanzaro, 35 anni, nato a Lodi, residente a Catania, e Danilo Sortino, 22 anni, nato a Lentini.
Chi sono gli arrestati
Pietro Catanzaro non è un nome qualunque negli ambienti criminali catanesi. Trentacinque anni, precedenti per reati contro la persona, contro il patrimonio, in materia di armi e stupefacenti, è figlio di Giovanni Catanzaro, classe 1965, detto “U milanisi”, figura di vertice dell’organizzazione mafiosa Cappello-Bonaccorsi, uno dei sodalizi più radicati e pericolosi del panorama criminale siciliano.
Al suo fianco, nella notte del delitto, ci sarebbe stato Danilo Sortino, classe 2003, originario di Lentini, con precedenti per reati patrimoniali e in materia di stupefacenti. Ventidue anni appena, una storia criminale già scritta, e una fuga che lo ha portato fino a Zaccanopoli, nel Vibonese, senza tuttavia sottrarlo alla morsa delle indagini.
Il movente: droga, debiti e un sacchetto di stupefacente
Secondo la ricostruzione della Procura Distrettuale Antimafia di Catania, dietro l’omicidio di Privitera si celano rancori maturati su un doppio binario, entrambi tipici dell’economia criminale di strada. Da un lato, “dissidi legati al traffico di sostanze stupefacenti”, attività che vedeva coinvolti tanto l’indagato quanto la vittima. Dall’altro, “rapporti di credito e debito” alimentati dal gioco d’azzardo: un giro gestito da Catanzaro, al quale Privitera era solito partecipare, accumulando posizioni debitorie difficili da ignorare.
A fare da detonatore, nella serata del 5 gennaio, sarebbe stata una circostanza precisa: Privitera si sarebbe recato all’appuntamento fatale portando con sé “una busta contenente stupefacente”, che gli sarebbe stata sottratta. Un ultimo torto ,o forse la ragione stessa dell’incontro, in una spirale di tensioni che aveva già raggiunto il punto di non ritorno.
La dinamica del delitto: esecuzione, fuoco e fuga
La ricostruzione investigativa colloca la scena del crimine all’interno del Villaggio Ippocampo di Mare, complesso residenziale sul litorale catanese. È lì che, nella serata del 5 gennaio, Privitera avrebbe incontrato i suoi assassini. Quello che segue è un’esecuzione: un colpo di “fucile calibro 12 alla nuca”, sparato a distanza ravvicinata.
I due indagati avrebbero poi tentato di cancellare ogni traccia del delitto innescando un primo incendio sul posto, senza riuscirvi del tutto. A quel punto, il cadavere viene caricato nell’autovettura della vittima e trasportato a decine di chilometri di distanza, nella contrada San Demetrio, nell’agro di Carlentini, in provincia di Siracusa. Qui l’auto viene incendiata con il corpo di Privitera posizionato sul sedile posteriore. È in questo stato — carbonizzato, irriconoscibile, che il cadavere sarà trovato la mattina del 6 gennaio
Subito dopo il delitto, Sortino avrebbe cambiato scheda SIM e dispositivo telefonico per far perdere le proprie tracce, prima di raggiungere la Calabria. È stato localizzato e tratto in arresto proprio a Zaccanopoli, in provincia di Vibo Valentia, con il supporto del Comando Provinciale vibonese e degli Squadroni Cacciatori di “Calabria” e “Sicilia”
Le indagini: dal GPS al RIS, la tecnologia che ha incastrato i killer
Le indagini sono partite il 6 gennaio, coordinate nella fase iniziale dalla Procura della Repubblica di Siracusa, competente per territorio sul luogo del ritrovamento del cadavere e successivamente affidate alla DDA di Catania, che ne ha assunto il coordinamento in ragione della matrice mafiosa contestata. Fin dall’inizio il quadro si è presentato di straordinaria complessità: il tentativo di distruggere il cadavere e il veicolo aveva privato gli investigatori delle evidenze più immediate.
La svolta è arrivata da un elemento insospettabile: il sistema di antifurto satellitare installato sull’auto della vittima. I tracciati GPS hanno permesso di ricostruire con precisione il tragitto percorso nella sera del delitto e di localizzare il luogo dell’omicidio, il Villaggio Ippocampo di Mare, prima che qualsiasi testimone potesse indicarlo.
Su quell’area i Carabinieri hanno condotto un sopralluogo tecnico minuzioso, con il personale delle Sezioni Investigazioni Scientifiche (SIS) dei Nuclei Investigativi di Catania e Siracusa, coadiuvate dal RIS di Messina. Il risultato: tracce ematiche, segni di colluttazione, una ciocca di capelli, una collana d’oro strappata, e un bossolo parzialmente combusto di fucile calibro 12. Un repertorio che ha permesso di ricostruire la scena con precisione chirurgica.
A completare il mosaico probatorio, le testimonianze di persone informate sui fatti, l’analisi di decine di filmati di videosorveglianza lungo l’intero percorso — dall’area del delitto fino al sito del ritrovamento del veicolo e l’incrocio sistematico di tutti questi elementi con i dati GPS. Il quadro temporale emerso si è rivelato del tutto coerente con i movimenti registrati dal satellite.
Il GIP del Tribunale di Catania, valutato il compendio investigativo presentato dai Pubblici Ministeri della DDA, ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare in carcere eseguita questa mattina. Contestualmente agli arresti, sono stati eseguiti decreti di perquisizione e sequestro di dispositivi informatici, sui quali saranno condotti accertamenti tecnici alla ricerca di tracce biologiche, dattiloscopiche e di ogni altro elemento utile a corroborare il quadro indiziario.






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