Iran e Israele hanno intensificato gli attacchi aerei mercoledì, mentre Teheran ha respinto apertamente le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump su presunti negoziati per porre fine al conflitto.

Teheran respinge i negoziati: “Non ora. Mai”

La posizione iraniana è netta e pubblica. Come riportato da Reuters, il comando unificato delle forze armate, dominato dai Guardiani della Rivoluzione, ha negato qualsiasi trattativa con Washington.

Il portavoce Ebrahim Zolfaqari ha dichiarato in televisione: “Il livello del tuo conflitto interiore è arrivato al punto che tu (Trump) negozi con te stesso?”.

E ha aggiunto: “Persone come noi non potranno mai andare d’accordo con persone come te”.

La chiusura è totale: “Come abbiamo sempre detto… nessuno come noi farà un accordo con voi. Non ora. Non mai”.

La linea viene ribadita anche dal ministero degli Esteri iraniano. Il portavoce Esmaeil Baghaei ha spiegato che Teheran ha avuto una “esperienza molto negativa con la diplomazia americana” e che non esiste alcun dialogo in corso, mentre le forze armate sono concentrate sulla difesa del Paese.

Gli attacchi: Teheran colpita, Israele sotto fuoco

Sul piano militare, gli attacchi non si fermano. L’esercito israeliano ha annunciato una nuova ondata di raid su infrastrutture nella capitale iraniana, inclusi due siti di produzione di missili da crociera navali.

Fonti iraniane parlano invece di colpi su aree residenziali, con squadre di soccorso impegnate tra le macerie.

In parallelo, i Guardiani della Rivoluzione hanno lanciato una nuova serie di attacchi contro obiettivi in Israele, tra cui Tel Aviv e Kiryat Shmona, ma anche contro basi statunitensi in Kuwait, Giordania e Bahrein.

Nel Golfo, Kuwait e Arabia Saudita hanno segnalato l’intercettazione di droni. Un attacco ha colpito un serbatoio di carburante all’aeroporto internazionale del Kuwait, provocando un incendio senza vittime.

Dal Bahrein arrivano notizie di esplosioni, mentre la Marina iraniana ha alzato il livello dello scontro. L’ammiraglio Shahram Irani ha dichiarato che la portaerei americana Abraham Lincoln è sotto costante monitoraggio: “Non appena il gruppo di attacco ostile sarà a portata dei sistemi missilistici, diventerà bersaglio di attacchi schiaccianti”.

Il piano americano in 15 punti e la tregua proposta

Nonostante la posizione iraniana, gli Stati Uniti stanno tentando una via diplomatica. Secondo diverse fonti, Washington ha inviato a Teheran un piano in 15 punti per porre fine al conflitto.

Tra le condizioni, secondo media israeliani:

  • smantellamento del programma nucleare iraniano;
  • stop al supporto a gruppi come Hezbollah;
  • riapertura dello Stretto di Hormuz.

L’amministrazione americana avrebbe inoltre proposto una tregua di un mese per avviare discussioni strutturate.

Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno negoziando con “le persone giuste” in Iran e che Teheran “vuole davvero raggiungere un accordo”.

Nonostante questo, la realtà sul campo resta opposta: nessun segnale di de-escalation.

Lo Stretto di Hormuz e lo shock energetico globale

Il punto critico è lo Stretto di Hormuz. Da qui transita circa il 20% del petrolio e del gas liquefatto mondiale.

La chiusura di fatto del passaggio ha generato quello che viene definito il peggior shock energetico della storia recente. I prezzi dei carburanti sono saliti rapidamente, mentre il traffico marittimo è stato fortemente limitato.

Teheran ha comunicato alle Nazioni Unite e all’Organizzazione Marittima Internazionale che le navi “non ostili” possono transitare solo coordinandosi con le autorità iraniane.

L’impatto è immediato soprattutto in Asia, che acquista oltre l’80% del greggio che passa da Hormuz. Diversi governi stanno adottando misure straordinarie:

  • lavoro da remoto obbligatorio;
  • chiusura di scuole;
  • giorni festivi straordinari.

Misure simili a quelle viste durante la pandemia da COVID.

La risposta internazionale e il ruolo dell’energia

L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha autorizzato il rilascio record di circa 400 milioni di barili dalle riserve strategiche per contenere la crisi.

Il Giappone ha già chiesto un ulteriore aumento delle forniture. La pressione sui mercati resta alta, anche se le notizie di possibili negoziati hanno temporaneamente fatto salire le borse e scendere il prezzo del petrolio.

Il rischio escalation: truppe USA e nuovi fronti

Sul piano militare, gli Stati Uniti stanno rafforzando la presenza nella regione. È previsto l’invio di migliaia di soldati della 82ª divisione aviotrasportata, che si aggiungeranno ai circa 50.000 già presenti.

Nel frattempo, il Pakistan ha offerto di ospitare colloqui tra Washington e Teheran. Il primo ministro Shehbaz Sharif si è detto disponibile a facilitare un negoziato.