Il presidente americano Donald Trump ha deciso di prorogare fino al 6 aprile alle 20:00 (ora della costa Est) la scadenza imposta all’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz. La conseguenza è già evidente: il petrolio Brent ha superato i 107 dollari al barile, con un aumento superiore al 45% dal 28 febbraio, data di inizio degli attacchi USA-Israele. Ciò sgnifica carburanti più costosi e pressione sui prezzi al consumo.

La guerra, entrata nella quarta settimana, ha già causato migliaia di morti e una forte instabilità nei mercati. L’Iran ha respinto una proposta americana articolata in 15 punti per il cessate il fuoco, giudicata squilibrata e favorevole agli interessi di Washington e Tel Aviv.

Trump ha annunciato una pausa temporanea degli attacchi contro infrastrutture energetiche iraniane: inizialmente cinque giorni, poi estesi a dieci. “I colloqui sono in corso… stanno andando molto bene”, ha scritto sui social. Teheran, però, nega qualsiasi negoziato diretto.

Blocco dello Stretto di Hormuz: cosa cambia per energia e trasporti

Lo Stretto di Hormuz gestisce circa il 20% del traffico mondiale di petrolio e gas liquefatto. Il controllo esercitato dall’Iran ha effetti immediati:

  • prezzi del greggio in aumento di circa 40–45%;
  • gas naturale liquefatto in forte crescita;
  • fertilizzanti azotati +50%, con impatto diretto sull’agricoltura.

Il blocco ha anche modificato le rotte commerciali. Secondo fonti del Golfo, Teheran avrebbe iniziato a richiedere pedaggi alle navi per garantire il passaggio.

Le tensioni hanno colpito i mercati finanziari: Wall Street ha registrato il peggior calo dall’inizio del conflitto, seguita da ribassi in Europa e Asia.

Attacchi incrociati e civili coinvolti: il quadro sul terreno

Nelle prime ore di venerdì, media iraniani hanno segnalato bombardamenti su aree residenziali a Teheran, Qom e Urmia:

  • a Qom, tre abitazioni colpite: almeno 6 morti;
  • a Teheran, un sopravvissuto estratto dalle macerie;
  • a Urmia, un missile ha distrutto quattro unità abitative.

Parallelamente, Israele ha confermato raid su siti missilistici e sistemi di difesa iraniani, con operazioni “nel cuore di Teheran”.

L’Iran ha risposto con attacchi su più fronti:

  • missili e droni verso Israele (sirene attive);
  • attacchi segnalati in Kuwait, Emirati Arabi e Bahrain;
  • danni materiali al porto di Shuwaikh in Kuwait.

Stallo diplomatico e rischio escalation militare

Gli Stati Uniti continuano a spingere per una soluzione diplomatica, ma contemporaneamente stanno rafforzando la presenza militare:

  • circa 2.500 Marines inviati nella regione;
  • almeno 1.000 paracadutisti della 82ª Airborne Division.

La proposta americana in 15 punti include:

  • smantellamento del programma nucleare iraniano;
  • limitazioni ai missili;
  • riapertura dello Stretto di Hormuz.

Teheran ha risposto con un piano alternativo in 5 punti, che prevede risarcimenti e riconoscimento della sovranità sullo stretto.

Secondo fonti diplomatiche, i negoziati sono mediati dal Pakistan. Tuttavia, non esiste conferma di contatti diretti tra Washington e autorità iraniane attuali, anche a causa dell’uccisione di numerosi funzionari di alto livello.

Ruolo del Consiglio di Sicurezza ONU

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha convocato una riunione a porte chiuse su richiesta della Russia per discutere gli attacchi a infrastrutture civili iraniane. Gli Stati Uniti, che detengono la presidenza del Consiglio, hanno calendarizzato l’incontro.

Impatto sui mercati e sull’economia reale

L’effetto domino della crisi è già visibile:

  • inflazione energetica in aumento;
  • costi di trasporto in crescita;
  • agricoltura colpita dal rincaro dei fertilizzanti.

L’analista Sean Callow (ITC Markets) ha osservato che molti investitori ritengono l’Iran in posizione di forza e dubitano dell’efficacia dei negoziati.

Il rischio più concreto è una spirale di attacchi reciproci contro infrastrutture civili ed energetiche, con conseguenze dirette su milioni di persone.