Dal 1° gennaio 2026 qualsiasi somma accreditata su un conto corrente italiano — sia in contanti sia tramite bonifico — può essere considerata reddito imponibile se il contribuente non riesce a dimostrarne l’origine. Non è uno scenario ipotetico: l’Anagrafe dei Rapporti Finanziari ha attivato quest’anno un accesso automatizzato che consente all’Agenzia delle Entrate di incrociare in tempo reale movimenti bancari e dichiarazioni fiscali per 17 milioni di posizioni. Nel 2025, da quel sistema sono emersi 200.000 evasori totali tra persone fisiche e imprese.
Il punto di svolta non è la quantità di controlli ma la loro natura. Non si tratta più di verifiche a campione o di indagini avviate su segnalazione. L’incrocio dei dati avviene in modo continuativo, con un monitoraggio della coerenza tra flussi bancari e redditi dichiarati che abbraccia l’intero insieme dei rapporti intestati o riconducibili al contribuente: conti cointestati, carte ricaricabili, strumenti di pagamento digitali.
Cosa ha trovato il Fisco nel 2025
I numeri presentati a Telefisco 2026 dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone, forniscono una misura concreta del fenomeno. Su oltre 17 milioni di posizioni analizzate, l’Agenzia ha individuato 200.000 evasori totali tra persone fisiche e imprese: il 57% — cioè 116.000 soggetti — non aveva mai presentato la dichiarazione dei redditi pur essendo obbligato a farlo; il restante 43%, pari a 86.000 posizioni, risultava del tutto ignoto al sistema tributario, privo di qualsiasi rapporto con l’erario.
Carbone ha chiarito che i controlli non derivano da automatismi né dall’uso di intelligenza artificiale generativa: le analisi si basano su criteri selettivi che intercettano le incongruenze più significative. La selezione avviene, per esempio, quando l’IVA detratta supera quella risultante dalle fatture, oppure quando i ricavi da corrispettivi sono superiori al volume d’affari dichiarato.
La strategia per il 2026 prevede anche una campagna di comunicazione preventiva: l’Agenzia invierà oltre 2,4 milioni di lettere di compliance, destinate a chi ha omesso dichiarazioni o adempimenti periodici IVA, con la funzione di sollecitare una verifica volontaria della propria posizione prima dell’avvio di un controllo formale. Una lettera di compliance non equivale a un accertamento: è un invito a regolarizzarsi. L’accertamento vero e proprio, con sanzioni piene e possibile contenzioso, scatta solo se il contribuente ignora l’avviso.
Le operazioni che finiscono sotto la lente
Non esiste un limite legale ai versamenti sul proprio conto, ma alcune tipologie di operazioni attivano soglie di attenzione che possono tradursi in una richiesta di chiarimenti. Vediamo le principali categorie.
Versamenti e prelievi in contanti. Le operazioni in contante sono quelle che storicamente producono il segnale più leggibile di una potenziale incongruenza. Per le imprese, sia i versamenti sia i prelievi superiori a 1.000 euro al giorno o 5.000 euro al mese assumono rilievo nell’analisi ai fini IRES. Per le persone fisiche, in linea generale solo i versamenti vengono ponderati nel calcolo del reddito IRPEF — salvo scostamenti particolarmente vistosi tra i prelievi e il reddito dichiarato. Sul versante IVA, la Corte di Cassazione ha chiarito che le somme in uscita non coincidono automaticamente con vendite non dichiarate.
Bonifici tra privati. Un trasferimento occasionale tra amici o familiari non desta, di per sé, particolari attenzioni. Quando i bonifici tra privati diventano ricorrenti e privi di causale esplicita, però, il Fisco può ritenerli compensi da lavoro non dichiarato — sia per chi paga sia per chi riceve. La soluzione è semplice quanto spesso trascurata: inserire sempre una causale chiara e conservare un documento che giustifichi il trasferimento. Non sono imponibili le somme derivanti da donazioni, vendite di beni usati, rimborsi spese o vincite già tassate, ma occorre dimostrarlo con una prova scritta.
Assenza di movimenti. Meno intuitivo, ma altrettanto monitorato: un conto su cui arrivano stipendio o pensione ma dal quale non escono mai pagamenti né prelievi può far presumere al Fisco l’esistenza di entrate in contanti non dichiarate, utilizzate per le spese correnti. In questi casi è necessario documentare la provenienza delle risorse effettivamente impiegate.
Bonifici e operazioni con l’estero. Per i trasferimenti da e verso l’estero superiori a 5.000 euro, la banca può chiedere una dichiarazione sulla provenienza e sulla finalità delle somme, aggiornando il questionario antiriciclaggio. Le operazioni ritenute anomale possono essere segnalate all’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) senza che il cliente ne venga avvertito.
Trasferimenti tra coniugi e familiari. I movimenti tra coniugi sono in linea di massima leciti, ma diventano oggetto di attenzione quando sono frequenti, di importo rilevante e uno dei due non risulta titolare di redditi propri. In quel caso il Fisco può presumere l’esistenza di entrate non dichiarate e avviare accertamenti su base presuntiva.
Come funziona la presunzione fiscale e cosa chiedono i controlli
Il meccanismo che governa l’intera materia è quello della presunzione fiscale: se l’Agenzia rileva che i movimenti su un conto non sono coerenti con il reddito dichiarato, presume che la differenza rappresenti reddito imponibile non tassato. Da quel momento si attiva l’inversione dell’onere della prova.
Nella logica ordinaria del diritto, è lo Stato a dover provare la colpa del cittadino. In ambito fiscale, quando si tratta di movimenti bancari non giustificati, la dinamica si rovescia: il contribuente deve dimostrare che le somme contestate non costituiscono reddito imponibile, perché già tassate, esenti, o di origine documentata.
Per farlo, servono atti e documenti di data certa: un contratto di prestito, una ricevuta di rimborso spese, un atto di donazione registrato. Non bastano dichiarazioni verbali né indicazioni generiche. Tutto deve essere tracciato in modo verificabile. Il periodo su cui il Fisco può intervenire arriva a cinque anni dalla dichiarazione per chi l’ha presentata, e fino a sette anni per chi non l’ha mai trasmessa.
Il quadro macroeconomico: quanto vale la posta
L’intensificazione dei controlli si inserisce in una strategia di medio-lungo periodo con effetti misurati sull’intera finanza pubblica. Secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, se la tendenza di recupero del gettito osservata tra il 2002 e il 2023 continuasse fino al 2028, le entrate aumenterebbero strutturalmente fino a 0,3 punti percentuali di PIL e, nel medio-lungo periodo — stimato al 2041 — il rapporto debito/PIL si ridurrebbe di oltre 4 punti percentuali, dall’attuale 122,5 al 118 per cento.
Dietro quella percentuale ci sono contribuenti che non hanno mai depositato una dichiarazione e imprese che operavano completamente fuori dal perimetro fiscale. Tra gli 86.000 soggetti del tutto sconosciuti al Fisco nel 2025, 49.000 erano persone fisiche e 37.000 non fisiche, cioè società o enti.
Gli strumenti di dialogo tra Stato e contribuente
Accanto all’attività di controllo, l’Agenzia ha potenziato gli strumenti che consentono ai contribuenti di regolarizzarsi prima di ricevere un avviso formale. Il concordato preventivo biennale, introdotto nel 2024, consente ai soggetti a cui si applicano gli ISA di definire in anticipo con il Fisco la base imponibile per due anni consecutivi. L’adempimento collaborativo, attivo dal 2015 e progressivamente esteso, dal 2026 è accessibile alle imprese con volume d’affari di almeno 500 milioni di euro, e dal 2028 scenderà a 100 milioni, aprendo la platea a oltre 11.000 aziende a livello nazionale.
Per i contribuenti ordinari, il canale più diretto resta quello delle lettere di compliance: uno strumento di dialogo preventivo, non una sanzione. Chi riceve una lettera e non riesce a dimostrare la regolarità della propria posizione può regolarizzarsi attraverso il ravvedimento operoso, che consente di versare le imposte dovute con sanzioni ridotte rispetto a quelle previste dall’accertamento formale.






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