Il vino siciliano entra in una nuova fase e punta a rafforzare la propria presenza nei mercati internazionali. È quanto emerso al Vinitaly 2026, durante il panel “Nuove mappe del vino siciliano: mercati internazionali in trasformazione e nuovi equilibri globali”, promosso dalla Regione Siciliana nel Padiglione 2, dedicato alle nuove traiettorie dell’export.

Il confronto, moderato dalla giornalista Lavinia Spingardi e con la partecipazione dell’assessore regionale all’Agricoltura Luca Sammartino, del presidente del Consorzio DOC Sicilia Alessio Planeta, del presidente della Fondazione SOStain Sicilia Alberto Tasca d’Almerita, del presidente ISMEA Livio Proietti, dell’esperto del mercato USA Nunzio Castaldo e del giornalista giapponese Isao Miyajima, ha messo in evidenza un passaggio chiave: il vino dell’Isola non è più soltanto un prodotto di qualità, ma diventa un brand territoriale capace di raccontare cultura, paesaggio e stile di vita mediterraneo.

Stati Uniti e Giappone, i mercati chiave per il vino siciliano

Negli Stati Uniti si registra una contrazione dei consumi e una maggiore selezione da parte del pubblico; in questo contesto, secondo Nunzio Castaldo, cresce l’interesse verso vini con forte identità territoriale, attenzione alla sostenibilità e coerenza nei valori, mentre si rafforza la domanda di bianchi freschi e gastronomici, aumenta l’attenzione al racconto del prodotto e si conferma centrale il ruolo della ristorazione come canale di ingresso, con strategie orientate alla formazione della filiera e a una comunicazione più vicina ai linguaggi digitali.

Allo stesso tempo il Giappone si conferma un mercato ad alto valore, con una lunga tradizione di consumo di vino siciliano, e secondo Isao Miyajima ha vissuto una trasformazione che va dal predominio dei vitigni internazionali degli anni ’90 alla crescita delle varietà autoctone come Nero d’Avola, Grillo, Catarratto, Carricante, Nerello Mascalese, Perricone e Frappato, con l’obiettivo di rafforzare la presenza nella ristorazione giapponese, ancora dominata dai vini francesi, attraverso un racconto legato a territorio, cultura e biodiversità.

I numeri della DOC Sicilia e la visione del Consorzio

La denominazione Sicilia DOC ha chiuso il 2024 con oltre 81,9 milioni di bottiglie prodotte; 20.595 ettari rivendicati; 7.264 viticoltori e 500 confezionatori.

“In uno scenario sempre più articolato e competitivo – ha dichiarato Alessio Planeta  – come Sicilia DOC siamo chiamati a rispondere uniti, cogliendo le opportunità che il nostro territorio offre: il vigneto più sostenibile d’Italia, una ricchezza ampelografica capace di interpretare i trend del consumo contemporaneo e un turismo in costante crescita. Un numero crescente di visitatori entra in relazione con il territorio attraverso il vino, contribuendo a consolidarne il prestigio e la visibilità a livello internazionale”.

“In questo percorso – ha commentato Planeta – si afferma il valore umano dei nostri viticoltori siciliani, fatto di sapere, storia e passione, e che costituisce il cuore del comparto. È da questa forza che si alimenta il valore evocativo del nome Sicilia, un’identità che dobbiamo saper esprimere nel bicchiere con la stessa intensità con cui prende forma nel turismo, nella cultura e nella gastronomia. Sicilia DOC racchiude tutte le anime del vino siciliano e il nostro obiettivo è quello di fare sistema per costruire un’identità condivisa e riconoscibile. Un traguardo ambizioso che possiamo affrontare grazie a un gruppo di lavoro solido e a una visione strategica orientata alla definizione di un piano vitivinicolo regionale efficace e duraturo”.

Sostenibilità e cultura, le leve strategiche della crescita

Nel corso del panel è stato evidenziato il ruolo crescente della sostenibilità come driver di mercato, elemento sempre più rilevante nel rafforzare il posizionamento internazionale del vino siciliano. Alberto Tasca d’Almerita ha dichiarato in proposito: “La sostenibilità è ciò che rafforza il valore del vino siciliano sui mercati a partire dalle caratteristiche uniche del nostro territorio. Il lavoro di SOStain va in questa direzione: siamo un gruppo di produttori impegnati a rafforzare competitività, conoscenza e tutela del paesaggio e delle risorse naturali come leve per lo sviluppo della Sicilia”.

Anche la cultura gioca un ruolo di estrema importanza. Al Vinitaly è stata inaugurata la mostra “Millenni di storia e di vino. Le rotte del vino nel Mediterraneo”, che ha posto al centro il legame tra vino e identità culturale.

“Parlare di vino in Sicilia – assessore ai Beni culturali Francesco Paolo Scarpinato – significa inevitabilmente parlare anche di cultura. Le nostre vigne sorgono accanto a templi antichi, ai borghi storici e ai paesaggi che sono essi stessi patrimonio culturale. È un’esperienza che unisce gusto e conoscenza, sensorialità e memoria, tradizione e identità. Per questo abbiamo voluto portare a Vinitaly una visione nuova e integrata, in cui l’eccellenza enogastronomica si arricchisce attraverso la scoperta del nostro straordinario patrimonio culturale“.

“Le strategie di promozione e comunicazione messe in campo dall’assessorato dei Beni culturali in questi anni – ha inoltre aggiunto – ci hanno consentito di raggiungere risultati importanti. Tra questi, il traguardo della Valle dei Templi che, con oltre un milione di visitatori annui, è entrata stabilmente nella top 10 dei siti culturali più visitati in Italia, superando anche realtà prestigiose come il Museo Egizio di Torino”.

Dalle rotte antiche al mercato globale

Il racconto del vino in Sicilia attraversa i secoli e si intreccia con la storia del Mediterraneo. Da Segesta a Gela, la vite emerge come elemento centrale nelle rotte commerciali antiche, testimoniando un legame profondo tra produzione, scambi e civiltà.

Luigi Biondo, direttore del Parco archeologico di Segesta, ha sottolineato: “A Segesta il vino non è solo una produzione, ma una narrazione millenaria che lega uomo, terra e divinità. Dalle antiche pratiche rituali dedicate a Demetra fino alle rotte commerciali del Mediterraneo, raccontiamo una storia continua in cui la vite è simbolo di fertilità, scambio e cultura”.

Sulla stessa linea Daniela Vullo, soprintendente dei Beni culturali di Caltanissetta, che ha così commentato: “Le anfore vinarie che costituivano una parte significativa del carico della nave di Gela raccontano una Sicilia già al centro delle rotte del vino nel Mediterraneo antico. Il museo restituisce questa dimensione dinamica, fatta di scambi, viaggi e incontri tra popoli”.

Questa continuità tra passato e presente, oggi si traduce in una nuova strategia: unire produzione, cultura e turismo per rafforzare la presenza della Sicilia nei mercati globali.