L’account ufficiale su X dell’ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran in Thailandia ha pubblicato un tweet che in poche ore ha circolato ben oltre i confini del dibattito diplomatico. Il testo è diretto: “Perché mai dovremmo ferire l’Italia? Amiamo gli italiani, il calcio, il cibo e amiamo Roma, Rimini, Pisa, Milano, Venezia, Sardegna, Firenze, Napoli, Genova, Torino, Sicilia e tutto ciò che c’è nel mezzo”. Un post da social, con la lista delle città italiane scritte come si fa su un frigorifero magnetico da souvenir. Eppure questo messaggio arriva in un momento preciso, con una funzione precisa, all’interno di una strategia comunicativa che le rappresentanze diplomatiche iraniane nel mondo stanno portando avanti da settimane.

Il contesto: l’Iran in guerra, le ambasciate sui social

Per capire perché un’ambasciata in Thailandia parli dell’Italia in questi termini, bisogna guardare a quello che sta accadendo dal marzo scorso. Mentre il mondo è con il fiato sospeso in attesa di vedere cosa succederà in Iran e in Medio Oriente, le rappresentanze diplomatiche di Teheran nel mondo hanno adottato un taglio comunicativo che si discosta nettamente dall’ingessatura istituzionale tradizionale. Dal Regno Unito al Tagikistan, dal Sud Africa allo Zimbabwe, il fattore comune è lo sfottò a Trump e ai suoi alleati, declinato con meme, citazioni storpiate e tono caricaturale. Ma accanto all’ironia aggressiva verso Washington, le ambasciate iraniane hanno cominciato a trasmettere un messaggio parallelo verso i Paesi europei: noi non siamo vostri nemici.

Il tweet dalla Thailandia si legge in questa chiave. Non è un gesto spontaneo: è diplomazia pubblica. L’Iran distingue, almeno sul piano comunicativo, tra chi considera avversario – gli Stati Uniti, Israele – e chi vuole tenere in una posizione di neutralità o simpatia. L’Italia, che ha già ricevuto messaggi di pressione più o meno velati dall’ambasciata iraniana a Roma attraverso i canali social, con riferimenti all’opinione pubblica italiana sulle basi militari americane, fa parte di questa seconda categoria. Il tweet con la Sicilia è la faccia morbida della stessa strategia.

Mondiali 2026: la partita che lega Iran e Italia

C’è però un piano concreto, non solo simbolico, su cui Iran e Italia si trovano indirettamente legate in questo momento. È quello del calcio. Settantadue giorni separano il calcio d’inizio dei Mondiali 2026 da oggi, eppure la 48ª squadra che prenderà posto in un girone da Los Angeles a Seattle non si conosce ancora. Dipende da una guerra.

L’Iran si è qualificato ai Mondiali 2026 e il suo girone prevede tre partite in territorio americano, a Inglewood e Seattle. La FIFA ha lasciato la scelta finale all’Iran nella speranza che la guerra finisca. Il 30 aprile il settantaseiesimo Congresso FIFA di Vancouver ratificherà il quadro delle 48 squadre iscritte. Sarà quella la data in cui si saprà definitivamente se l’Iran prenderà parte al Mondiale.

L’Italia, intanto, è fuori. Eliminata ai playoff dalla Bosnia, gli Azzurri hanno mancato per la terza volta consecutiva la qualificazione diretta. L’articolo 6.7 del regolamento della Coppa del Mondo 2026 stabilisce che, in caso di ritiro o esclusione di una nazionale qualificata, sarà la FIFA a decidere “a propria esclusiva discrezione” come intervenire, incluso l’eventuale inserimento di un’altra squadra…

La realtà è che la casella mancante della nazionale iraniana sarebbe riempita quasi sicuramente da un’altra selezione asiatica, in ossequio al principio di lasciare invariati i posti riservati a ogni confederazione continentale. L’Europa ha 16 posti e l’Italia potrebbe sperare solo se si ritirasse o fosse esclusa una nazionale europea. Il ripescaggio azzurro resta, nei fatti, un’ipotesi teorica.

Il tweet dell’ambasciata in Thailandia che cita il calcio tra le passioni condivise con l’Italia — “amiamo gli italiani, il calcio, il cibo” — non è quindi solo un gesto di simpatia. Arriva in un momento in cui l’Iran tiene in mano, almeno in parte, anche le sorti sportive degli Azzurri.