«A Gaza non è cambiato niente dall’anno scorso, nonostante ci stiano dicendo che va tutto bene. Da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco sono morte quasi 800 persone».
La portavoce della Global Sumud Flotilla
Parole nette, quelle di Maria Elena Delia, referente della Global Sumud Flotilla, pronunciate oggi sul molo della Marina di Siracusa durante la conferenza stampa che ha preceduto le ultime ore di preparativi. Domani mattina, salvo slittamenti tra sabato e domenica legati a ragioni tecniche e logistiche, 63 imbarcazioni lasceranno la Sicilia dirette verso la Striscia di Gaza.
La flotta
La flotta si è radunata in queste ore tra Augusta e Siracusa. Nella notte sono arrivate al porto Xiphonia 38 barche provenienti dalla Spagna, che si sono aggiunte alle 25 già presenti battenti bandiera italiana. Parte delle imbarcazioni ha raggiunto nel corso della giornata il porto del capoluogo aretuseo, mentre altre sono rimaste al largo — tra cui quella di Greenpeace — e alcune sono ferme ad Augusta per interventi urgenti di manutenzione.
Le testimonianze
Sul molo, dopo la conferenza stampa, performance artistiche e concerti hanno accompagnato gli ultimi preparativi. Ma è la cronaca di ciò che accade a Gaza a dominare la scena. «Ci sono più di mille tendopoli in una striscia di terra di estensione limitatissima — incalza Delia — dove le persone vivono senza cibo, in condizioni igieniche terrificanti, senza acqua potabile, senza elettricità. E continuano a morire». La causa, per la referente della flottiglia, ha un nome preciso: «Il blocco illegale perpetrato dal governo israeliano da quasi vent’anni». E la risposta alla domanda sul perché partire è altrettanto diretta: «Per gli stessi identici motivi per cui siamo partiti l’anno scorso».
Parla il coordinatore della Global
A tracciare il quadro operativo è il coordinatore Tony La Piccirella, reduce da due missioni precedenti entrambe concluse con la detenzione: «Nella seconda eravamo più persone. Il centro di detenzione era molto vicino alla Striscia: potevamo sentire i cacciabombardieri passare sopra le nostre teste». Nonostante questo, La Piccirella non arretra: «Resta una missione umanitaria protetta dal diritto internazionale. Stiamo portando medicinali e aiuti in una terra in cui vige una finta tregua. Sta passando l’idea di una ricostruzione che si traduce invece in speculazione e furto di terra, che nulla ha a che vedere con la volontà del popolo palestinese». Sul piano tattico, ammette la complessità del momento: «Lo scenario è piuttosto complicato. Molto dipenderà dalla rotta e da una serie di dettagli che stiamo ancora definendo».
La missione non si limita alla consegna di aiuti. «Abbiamo organizzato più imbarcazioni con un equipaggio specializzato — spiega La Piccirella — soprattutto operatori sanitari, ingegneri, costruttori, perché vogliamo dare un segnale concreto su cosa significhi davvero ricostruire nella solidarietà».
Ci sarà Open Arms
Tra le realtà aderenti figura anche Open Arms, da anni in prima linea nel Mediterraneo centrale. «Open Arms va dove c’è bisogno», afferma la portavoce Silvia Bellucci, che ricorda una ferita ancora aperta: «Siamo stati a Gaza nel 2024, ma quella missione si è dovuta interrompere per la morte di sette operatori umanitari di una ong che stava operando con noi. Abbiamo sempre detto che saremmo tornati non appena fosse stato possibile». Ora quel momento è arrivato: «Abbiamo aderito con la volontà di mettere a disposizione la nostra esperienza in campo umanitario per dare supporto logistico, sanitario e tecnico».
La partenza è fissata per le 8 di domani. L’obiettivo dichiarato: «Rompere il silenzio istituzionale, sfidare il blocco illegale e denunciare la complicità nelle guerre imperialiste e genocide». Il mare, ancora una volta, come unica strada percorribile.






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