Il tribunale del Lavoro di Venezia ha dichiarato illegittimo il licenziamento di Paolo Michielotto, dipendente del magazzino Metro di Marghera che nell’agosto 2024 si tolse la vita dieci giorni dopo aver perso il lavoro. La decisione arriva al termine di un’azione legale promossa dalla famiglia, insieme alla Cgil veneziana e alla Filcams.
Perché Michielotto era stato licenziato
Paolo Michielotto lavorava da 27 anni nello stesso punto vendita, con il ruolo di addetto alle vendite. Secondo la ricostruzione dell’azienda, avrebbe agevolato alcuni clienti consentendo loro di risparmiare sulle spese di spedizione.
Metro aveva contestato la condotta, sospendendolo inizialmente e procedendo poi al licenziamento il 31 luglio 2024. Il presunto danno economico era stato quantificato in 280 euro.
Michielotto aveva immediatamente deciso di impugnare il licenziamento rivolgendosi al sindacato. Dieci giorni dopo aver ricevuto la comunicazione ufficiale, si è tolto la vita.
La sentenza e il risarcimento
Il tribunale ha stabilito l’illegittimità del licenziamento, accogliendo le ragioni della famiglia e delle organizzazioni sindacali.
All’azienda è stato imposto il pagamento di un’indennità pari a 15 mensilità come risarcimento ai familiari.
Parallelamente, dall’Inail di Padova è stata avviata un’indagine per verificare un eventuale collegamento diretto tra la morte del lavoratore e il contesto lavorativo, che potrebbe aprire ulteriori scenari sul piano risarcitorio.
Il ruolo della famiglia e del sindacato
A promuovere l’azione legale è stata la famiglia di Michielotto, che fin dall’inizio aveva espresso dubbi sulla vicenda, ipotizzando «dinamiche interne non note» dietro il licenziamento.
Il percorso giudiziario è stato sostenuto dalla Cgil e dalla Filcams, che hanno accompagnato i familiari nella battaglia legale.
«Questa decisione – commentano Daniele Giordano, segretario della Cgil di Venezia, e Andrea Porpiglia, della Filcams – fa giustizia della sua rettitudine, del suo alto senso del dovere e della sua onestà, che Metro aveva umiliato con un licenziamento ingiusto. Purtroppo Paolo non potrà gioire di questo risultato. Ed è proprio per questo che sentiamo il dovere di ringraziare profondamente i suoi familiari, che con forza, dignità e determinazione hanno portato avanti una causa giusta, non solo sul piano umano ma anche su quello civile e del lavoro. Questa vicenda rappresenta per noi l’ennesima dimostrazione di un fatto semplice ma decisivo: il lavoro non può essere considerato una merce. Non è accettabile che il profitto venga anteposto alla vita delle persone, alla loro dignità, alla loro storia, alla loro integrità morale».






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