Una email interna del Pentagono, rivelata oggi, 24 aprile, dall’agenzia Reuters, ha aperto una crisi diplomatica senza precedenti dentro l’Alleanza Atlantica. Il documento –  firmato da Elbridge Colby, principale consigliere politico del Dipartimento della Difesa statunitense –  elenca una serie di opzioni punitive contro gli alleati NATO ritenuti “difficili” per non aver supportato le operazioni militari americane nella guerra contro l’Iran. La misura più clamorosa tra quelle ipotizzate è la sospensione della Spagna dall’Alleanza. La seconda riguarda una revisione della posizione americana sulle isole Falkland, potenzialmente a favore delle rivendicazioni di Buenos Aires, governo guidato da Javier Milei, considerato tra i più vicini a Donald Trump.

Il fatto è che nessuna delle due opzioni ha una base giuridica praticabile. E lo sanno benissimo sia Washington che Madrid.

Cosa c’è scritto nell’email e cosa ha detto il Pentagono

Il documento trapelato descrive la frustrazione di Colby per la “riluttanza o il rifiuto” di alcuni alleati di concedere agli USA i cosiddetti diritti ABO (Access, Basing and Overflight), cioè accesso alle basi, stazionamento e sorvolo, per le operazioni belliche contro Teheran. L’email afferma che garantire questi diritti è “semplicemente il requisito minimo assoluto per la NATO”. Le opzioni elencate, secondo un funzionario che ha parlato con Reuters a condizione di anonimato, starebbero circolando ai massimi livelli del Pentagono.

Reuters ha precisato che l’email non suggerisce un possibile ritiro degli Stati Uniti dalla NATO né propone la chiusura delle basi americane in Europa (tra cui la siciliana Sigonella). Il piano avrebbe, quindi, un valore prevalentemente simbolico: un segnale politico agli alleati europei, non un atto operativo.

Il portavoce del Pentagono Kingsley Wilson, interpellato sulla vicenda, ha dichiarato: “Come ha affermato il presidente Trump, nonostante tutto ciò che gli Stati Uniti hanno fatto per i nostri alleati della NATO, loro non sono stati al nostro fianco. Il Dipartimento della Guerra garantirà che il Presidente disponga di opzioni credibili per assicurare che i nostri alleati non siano più una tigre di carta”.

Il caso Spagna: le basi di Rota e Morón e il no al sorvolo

Il fulcro dello scontro è la posizione spagnola nel conflitto USA-Iran. Madrid ha negato agli Stati Uniti l’uso della base navale di Rota e di quella aerea di Morón, entrambe in Andalusia, e successivamente ha vietato l’uso dello spazio aereo spagnolo ai mezzi impegnati nell’Operazione Epic Fury. Una scelta che ha mandato su tutte le furie Trump, che aveva già minacciato di tagliare tutti i rapporti commerciali tra USA e Spagna.

Pedro Sánchez, presente a Nicosia, a Cipro, per un vertice europeo informale quando è scoppiato il caso, ha risposto con tono distaccato: “Non ci basiamo sulle email. Ci basiamo su documenti ufficiali e posizioni governative”. Il premier spagnolo ha ribadito che la Spagna sta rispettando i propri obblighi verso l’Alleanza e che la sua posizione è quella di “assoluta cooperazione con i propri alleati, ma sempre nel quadro del diritto internazionale”.

Quella frase –  “nel quadro del diritto internazionale” –  è il punto di attrito con Washington. Per l’amministrazione Trump, la guerra contro l’Iran è un’operazione legittima che gli alleati avrebbero dovuto sostenere incondizionatamente. Per Madrid, partecipare attivamente a un conflitto armato richiede un mandato che va oltre l’appartenenza alla NATO.

Cosa dice il Trattato NATO: perché la sospensione non esiste

Sul piano giuridico, la minaccia si scontra con una realtà molto concreta. Il Trattato istitutivo della NATO, firmato a Washington nel 1949, non prevede in nessuno dei suoi 14 articoli la possibilità di sospendere un membro. Non esiste, in pratica, alcuna procedura per farlo.

L’unica ipotesi disciplinata dal Trattato è quella della recessione volontaria, regolata dall’articolo 13: un Paese può uscire dall’Alleanza notificando la propria intenzione al governo degli Stati Uniti, con effetto un anno dopo il deposito della notifica. Ma deve essere il Paese a voler uscire, non un altro membro a cacciarlo.

Si potrebbe in teoria invocare l’articolo 60 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969 che consente la sospensione di un accordo multilaterale in caso di “sostanziale violazione” da parte di uno dei firmatari. Ma questo richiederebbe il consenso delle altre parti contraenti –  cioè di tutti i 31 membri dell’Alleanza –  per essere attivato contro uno Stato specifico.

Il precedente più vicino a un’uscita parziale è quello della Francia di De Gaulle nel 1966, che abbandonò la struttura di comando militare integrato pur restando nell’organo politico. Non fu una sospensione imposta dall’esterno: fu una scelta sovrana di Parigi.

Le Falkland e il ricatto a Londra

L’altra misura ipotizzata nell’email – la revisione della posizione americana sulle isole Falkland a favore dell’Argentina –  ha innescato una risposta immediata di Londra. Un portavoce di Downing Street ha dichiarato che “la sovranità sulle Falkland resta al Regno Unito” e che “l’autodeterminazione è cruciale”, richiamando il voto degli abitanti dell’arcipelago che hanno scelto di rimanere territorio d’oltremare britannico. “La nostra posizione sulle Falkland non potrebbe essere più chiara, duratura e immutata”,  ha concluso il portavoce, rifiutandosi di rispondere direttamente agli USA dichiarando di non voler “correre dietro alle indiscrezioni diffuse dai media sulla base di un memo contenuto in un’email”.

Le Falkland sono state teatro nel 1982 di una guerra tra Argentina e Regno Unito, vinta da Londra sotto la guida di Margaret Thatcher. Gli Stati Uniti mantengono dalla risoluzione del conflitto una posizione ufficiale di neutralità sulla questione di sovranità, pur avendo nella pratica supportato Londra. Modificare quella posizione significherebbe intervenire in una disputa territoriale irrisolta che la comunità internazionale considera chiusa – almeno sul piano del diritto –  dalla volontà degli isolani stessi.

La lista dei “buoni e dei cattivi” e la NATO che cambia

Questa email non è un episodio isolato. Si inserisce in una traiettoria precisa dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Alleanza Atlantica. Già l’8 aprile, durante la visita del segretario generale Mark Rutte alla Casa Bianca, Trump aveva dichiarato apertamente di voler “punire” gli alleati che non hanno contribuito alla riapertura dello Stretto di Hormuz, chiedendo a Rutte di stilare una “lista dei buoni e dei cattivi” tra i Paesi NATO. Il segretario alla Difesa, in un briefing sull’Operazione Epic Fury, aveva annunciato che il tempo di proteggere l’Europa “gratuitamente” era finito.

L’email di Colby sembra essere il passaggio successivo: dalla dichiarazione pubblica al documento interno che trasforma la minaccia in opzione di policy.

Se la sospensione della Spagna è giuridicamente impossibile, la pressione politica è invece molto reale. E il fatto che sia stata formalizzata in un documento interno del Dipartimento della Difesa americano dice molto sullo stato dei rapporti transatlantici nel secondo mandato di Trump.