C’è una domanda che in Sicilia continua a rimanere sospesa, mai davvero affrontata fino in fondo: la nuova classe dirigente non emerge perché non esiste, o perché non le viene lasciato spazio?
Negli ultimi anni il dibattito si è concentrato molto sull’assenza dei giovani. Ma questa lettura, da sola, rischia di essere comoda. Sposta il problema su chi non c’è, evitando di interrogare chi c’è da decenni.
Perché il punto vero è un altro: quali sono oggi i meccanismi che permettono a una nuova generazione di crescere politicamente?
Se si guarda ai territori – da Palermo ai comuni della sua area metropolitana come Villabate e Termini Imerese – emerge un dato evidente. Le leadership locali sono spesso lunghe, stabili, difficilmente contendibili. Non è un’anomalia occasionale: è un modello.
Un modello in cui il leader non è solo una guida politica, ma diventa il perno attorno a cui si organizza tutto: candidature, alleanze, perfino i percorsi individuali.
In questo schema, lo spazio per chi prova a entrare non è neutro: è condizionato. E spesso passa da una scelta implicita ma netta – allinearsi oppure restare ai margini.
È qui che si rompe il meccanismo del ricambio.
Perché una classe dirigente non nasce per dichiarazione, ma per processo: confronto, conflitto, selezione. Tutti elementi che richiedono apertura e disponibilità a cedere spazio. Se invece la politica diventa conservazione di equilibri, allora tende inevitabilmente a riprodurre sé stessa.
Le imminenti elezioni amministrative rendono tutto questo particolarmente visibile. In diversi comuni siciliani – e non solo nei casi più discussi – si ripropongono figure con percorsi lunghi, talvolta lunghissimi. Non è una questione anagrafica in sé, ma il segnale di qualcosa di più profondo: l’assenza di una transizione reale.
Quando mancano alternative credibili, tornano i “sempre presenti”. Non per nostalgia, ma perché il sistema non ha costruito altro.
E allora la domanda si sposta ancora: i leader politici stanno formando chi verrà dopo di loro, o stanno semplicemente prolungando la propria centralità?
Perché le due cose non coincidono.
Formare una nuova classe dirigente significa accettare che qualcuno possa avere idee diverse, linguaggi diversi, priorità diverse. Significa mettere in conto anche la perdita di controllo.
Prolungare la leadership, invece, significa mantenere equilibrio e consenso nel breve periodo, ma spesso al prezzo di bloccare qualsiasi evoluzione.
Nel frattempo, la politica dei territori si trasforma. Sempre meno radicata, sempre meno attraversata da esperienze collettive. Sempre più mediata dalla comunicazione, sempre meno costruita nella presenza.
E senza luoghi reali di crescita, i giovani – anche quelli interessati – restano fuori o si muovono altrove.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti:
non solo pochi giovani nelle istituzioni, ma pochi percorsi che portano fin lì.
Forse è proprio questo il nodo più critico della politica siciliana oggi. Non l’età di chi si candida, ma la difficoltà – o la mancanza di volontà – di aprire davvero il campo.
Perché senza spazio non c’è ricambio.
E senza ricambio, prima o poi, non c’è più nemmeno politica.






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